Il leone delle caverne che 190 mila anni fa sopravvisse a una frattura: la scoperta dell’Università di Padova

La ricerca è stata condotta insieme all’Università di Bologna. I risultati hanno confermato uno dei casi più antichi e noti di sopravvivenza a un omero rotto

L'omero conservato nella collezione di Geologia “Museo Giovanni Capellini” dell’Università di Bologna
L'omero conservato nella collezione di Geologia “Museo Giovanni Capellini” dell’Università di Bologna

Anche un leone delle caverne può fratturarsi l’omero. Lo rivela uno studio dell’Università di Padova che insieme all’Università di Bologna ha analizzato un osso risalente a 190 mila anni fa. 

I risultati della ricerca, pubblicati sulla rivista Quaternary International, documentano uno dei più antichi casi noti di sopravvivenza a una frattura scomposta in questa specie e offrono nuove informazioni sulla biologia e sul comportamento dei grandi felini del Pleistocene.

Confronto tra l’omero fratturato (a destra) e la stampa 3D creata per la mostra
Confronto tra l’omero fratturato (a destra) e la stampa 3D creata per la mostra

Il reperto era stato rinvenuto in Slovenia, nella grotta di Kanegra, ma dalla seconda guerra mondiale era conservato nella collezione di Geologia “Museo Giovanni Capellini” dell’Università di Bologna. 

«Quando ho visto quell’omero di leone e la frattura profonda, mi sono bloccata dall’emozione perché ho capito subito che si trattava di un reperto eccezionale. Abbiamo pochissimi resti di ossa di leone delle caverne con patologie evidenti, e gran parte delle ricerche precedenti si sono concentrate sul confronto tra i pochi esempi conosciuti, per la maggior parte provenienti da grotte in Germania. Segni di trauma sono ancora meno frequenti, e non sono certamente all’altezza del reperto da noi studiato» racconta Elena Ghezzo, ricercatrice al Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova e prima autrice dello studio.

Elena Ghezzo, ricercatrice al Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova
Elena Ghezzo, ricercatrice al Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova

Le scansioni hanno permesso di osservare l’interno della frattura: l’osso è rimasto in parte disallineato e più corto rispetto a un esemplare sano. 

«L’animale si è probabilmente nascosto per settimane da possibili predatori, come iene o altri leoni, a digiuno e senza accesso a cibo o acqua, in attesa di guarire, come fanno i leoni attuali in Africa. Solitamente i leoni riportano ferite nella parte posteriore del corpo, quindi questo reperto è davvero una eccezione» conclude Paul Funston della African Lion Conservation, aggiungendo che nella specie attuale i feriti non accedono alle cure del resto del branco, contrariamente a quanto accade nei lupi e in altre specie sociali.

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