Veneto Banca, sotto inchiesta il cda

La Procura di Treviso indaga per aggiotaggio e vuole chiarire il ruolo di chi ha approvato il bilancio considerato gonfiato
Ferrazza Venegazzù assemblea soci Veneto Banca 2014
Ferrazza Venegazzù assemblea soci Veneto Banca 2014

TREVISO. L’inchiesta per aggiotaggio aperta dalla Procura di Treviso su Veneto Banca, che in un primo momento aveva coinvolto l’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli (ora direttore generale) e l’ex presidente Flavio Trinca, ora si allarga ai componenti del consiglio di amministrazione dell’epoca, ai probiviri e al collegio sindacale. I pm trevigiani vogliono infatti chiarire la posizione di chi ha partecipato all’approvazione del bilancio considerato “gonfiato”. Al momento non sono ancora stati inviati avvisi di garanzia, ma le indagini a questo punto sono a tutto campo e procedono parallelamente a quelle condotte dalla Procura di Roma che ipotizza il reato, per Consoli e Trinca, di ostacolo alla vigilanza.

Potrebbe dunque essere ad una svolta l’inchiesta sul troncone trevigiano di Veneto Banca. Al vaglio della Procura, guidata da Michele Dalla Costa, ci sono le posizioni dei componenti dell’ex cda di Veneto Banca e dell’ex direttore generale Mauro Gallea. L’indagine per aggiotaggio è «una diretta conseguenza della relazione di Banca d’Italia in seguito all’ispezione del 2013 nella sede di Veneto Banca», ha spiegato il procuratore Dalla Costa, «dalle risultanze era emerso il sospetto di un pompaggio del valore delle azioni» attraverso comunicazioni non veritiere oppure operazioni speculative. «Quando abbiamo rilevato anche gli estremi per ipotizzare l’attività di ostacolo all’azione dell’organo di vigilanza abbiamo trasmesso la documentazione alla magistratura competente, che è quella di Roma», conclude il procuratore. Ma il reato di aggiotaggio è personale, nel senso che riguarda le persone fisiche e non la banca. Per questo ora si stanno valutando le posizioni dei singoli componenti del cda anche alla luce del giudizio contenuto nella relazione degli ispettori della Banca d’Italia nel 2013, in cui si affermava che veniva approvato «tutto all’unanimità, mostrando forti limiti nella capacità di sorveglianza».

Per questo le indagini fanno riferimento a operazioni compiute a livello personale dagli amministratori Attilio Carlesso, Luigi Terzoli, Gianfranco Zoppas, Francesco Biasia, Franco Antiga, Michele Stiz nonché, appunto, Trinca e Consoli. In particolare l’operazione relativa all’ex sindaco Stiz riguarda una serie di affidamenti per 32 milioni di euro, coperti da garanzie immobiliari, a società a lui riconducibili. Secondo la Vigilanza alcune di queste operazioni non avrebbero seguito le procedure previste dal Testo unico bancario in situazioni di potenziale conflitto di interesse. La Procura sta cercando di capire se esistano profili di responsabilità penali.

E la svolta è avvenuta in seguito al blitz della Finanza deciso dalla procura di Roma, che sta indagando sugli ex vertici dell'istituto di Montebelluna con l’accusa di “ostacolo alla vigilanza”. Nello specifico, il valore “gonfiato” sarebbe quello delle azioni di Veneto Banca, secondo l’ipotesi della Procura. Lo stratagemma sarebbe stato quello di aggirare le disposizioni di vigilanza sul credito, pur di far lievitare il valore delle azioni. Per esempio, concedendo ingenti prestiti anche a soggetti privi della cosiddetta «qualità redditizia» a patto che acquistassero azioni della banca. Cresce la capitalizzazione, cresce il valore delle azioni, si attirano migliaia di nuovi soci. A Montebelluna oggi sono oltre 88 mila. Nel 1997 erano diecimila. E il valore delle azioni è passato da 14 a quasi 41 euro.

Giorgio Barbieri

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