Studentati a Padova, Albanese boccia i “casermoni”: «Servono luoghi del fare quotidiano, non dormitori»
Il designer e architetto Flavio Albanese interviene sul boom degli studentati a Padova: «Anonimi edificioni speculativi». E rilancia un modello diverso: spazi urbani, belli e vissuti, dove gli studenti imparano anche a gestire la vita adulta

«Servono gli studentati del fare quotidiano», dice Flavio Albanese, 74 anni, noto progettista e designer, intellettuale che non ha mai separato il pensiero dalle mani. La sua voce autorevole si inserisce nel dibattito sulla proliferazione delle residenze-casermoni costruite a Padova con scarsa qualità e poca visione.
Già direttore di “Domus”, prestigiosa rivista internazionale, è conosciuto in tutto il mondo per la concretezza e la capacità di leggere e interpretare l’architettura contemporanea. Una figura di riferimento culturale, capace di influenzare il modo in cui l’arte del costruire viene raccontata, pensata e discussa.
Punta sul fare, Albanese, perché lo conosce bene, lui che ha cominciato come autodidatta nel settore degli interni e del disegno industriale unendo la passione per l’arte con l’esperienza pratica di artigiano-architetto. «Come diceva il buon Italo Calvino – sottolinea – se non si è capaci di fare i lavori che servono per vivere non si diventa degli intellettuali seri».
Nelle residenze per studenti non si va solo a dormire. È questo il punto?
«Esatto, gli studentati dovrebbero essere luoghi in cui si condividono spazi con altri, in cui si studia, si lavora in gruppo, ma dove ragazzi e ragazze devono cominciare ad abituarsi ad una vita di autogestione, quindi devono poter avere la lavanderia, una cucina dove poter stare ai fornelli».
Quindi studentati come luoghi di formazione alla vita adulta?
«La questione è la capacità di gestire le cose: lo studente si trova in una fase intermedia della vita, deve studiare ma ha lasciato il nido, è il primo passo verso una socialità allargata senza la presenza costante della famiglia. Quindi la famiglia va costruita attorno allo studentato. Se poi attorno a questi spazi ci fossero, non so, il laboratorio per riparare le biciclette e qualcuno potesse anche riparare il proprio mezzo o fare qualche altra attività che c’entri con il fare – lavare i panni, cucinare qualcosa, conversare con gli amici – credo che questo sarebbe molto importante e cambierebbe la misura, il senso dei nostri studentati».
Il luogo in cui vengono costruiti è importante?
«Lo studente è una parte attivissima della società, quindi gli studentati devono essere luoghi pregnanti di socialità, devono relazionarsi con la società. È chiaro che se sono periferici diventano marginali e tristi. Se fossero urbani, se potessero stare dove la città pulsa sarebbe molto meglio».
L’architetto Gabriele Cappellato, fondatore dell’accademia di architettura di Mendrisio, ha definito gli studentati padovani “casermoni speculativi”. È d’accordo?
«Sono degli anonimi edificioni dove la redditività pro camera è molto alta e sono stati oggetto di interventi speculativi».
Quanto è importante che siano anche belli?
«L’uomo ha la necessità sostanziale di abitare poeticamente. E non parlo solo di case, ma anche di ospedali, scuole, luoghi di studio. La bellezza fa parte dell’abitare».
La bellezza è oggettiva?
«No, quello che è bellissimo per un groenlandese può non esserlo per un abitante del Marocco. La bellezza deve comunque coniugarsi con i luoghi, con i posti dove si manifesta. Ci relazioniamo anche con quello che sta intorno, non solo con l’interno».
Non esistono canoni della bellezza architettonica?
«Non necessariamente. Lo conferma il fatto che ci sono più correnti architettoniche, ci sono manifestazioni di architetture esemplari in modalità completamente diverse: c’è stato un momento in cui il brutalismo in America aveva un grande senso, forse oggi non ce l’ha più; c’è il razionalismo, il barocco che si esprimeva in un modo, il rinascimento in un altro. È il mutare del tempo».
Gli studentati dovrebbero essere costruiti recuperando edifici già esistenti?
«Assolutamente. Anche gli edifici industriali hanno ricoverato vite vissute, gente che ha lavorato, sudato, che ha mantenuto la famiglia; sono luoghi ricchi di storia, quanto un palazzo con gli affreschi».
Le amministrazioni possono fare qualcosa in questo senso?
«Il problema cruciale è quello dell’economia: mancano le risorse degli enti locali e delle istituzioni, è sempre il solito discorso. Si ricorre al privato per finanziare quello che dovrebbe fare il pubblico. Il privato lo fa per interesse, non per la società e il proprio tornaconto a volte è esagerato».
Lei ha progettato residenze per studenti?
«Sì, uno studentato a Mestre con un campo da basket interno e vari spazi esterni per poter cucinare. L’obiettivo è che il passaggio dalla famiglia alla vita indipendente possa avvenire anche all’interno di queste residenze. Un esempio straordinario è la struttura progettata da De Carlo a Perugia, ha 60-70 anni ed è ancora bellissima. —
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