Sarturnino, quasi 30 anni insieme E per Di Angilla un ritorno a casa

PADOVA. Saturnino è il braccio destro di Jovanotti dal 1991: l’anno di “Una tribù che balla”. «Il segreto per un sodalizio così lungo? Non siamo legati da nessun contratto, non siamo obbligati a...

PADOVA. Saturnino è il braccio destro di Jovanotti dal 1991: l’anno di “Una tribù che balla”. «Il segreto per un sodalizio così lungo? Non siamo legati da nessun contratto, non siamo obbligati a stare insieme. E poi io sono perfettamente consapevole del mio ruolo, quindi esprimo le mie opinioni solo se mi vengono richieste. Sono onorato di far parte di questo progetto da anni». Il sodalizio tra Jova e il percussionista veneziano Leo Di Angilla, invece, è più recente: «Ci presentò Michele Canova, che all’epoca era il produttore di Lorenzo e di Tiziano Ferro, con cui lavoravo in studio e dal vivo. Era il tour di “Ora” e Lorenzo aveva deciso di cambiare sound virando sul pop elettronico. Mi fu proposto di entrare nella band e io accettai».

Ora, le due date a Padova: «È stato un tour pazzesco in termini di cifre, di affetto e affinità musicale con gli altri membri della band» dice Saturnino. «Spesso riascoltiamo le registrazioni dei concerti e ci accorgiamo che la resa sonora è altissima. Non ci risparmiamo mai: Lorenzo ogni sera regala uno show come se fosse l’ultimo della sua vita. E questo la gente lo percepisce. È incredibile vedere i ragazzini, magari accompagnati dai genitori, se non addirittura dai nonni, cantare canzoni che hanno più di vent’anni!».

Gli fa eco Di Angilla: «Siamo in giro da più di cinque mesi. Un po’ di stanchezza fisica c’è, ma scompare quando saliamo sul palco. Ormai abbiamo fatto quasi 60 concerti, quindi con lo show c’è confidenza. Ma non sconfina mai nell’automatismo». La regola numero uno, secondo Saturnino, è evitare la routine: «Vengo da anni di live, è fondamentale che sia così. Cerco di considerare il tour data per data. Ogni show è un mondo a sé. Se mi guardo indietro e penso che in cinque mesi abbiamo fatto quasi 60 concerti è incredibile». Live che, tra l’altro, durano quasi tre ore: «Un concerto è come un puzzle: ogni pezzo è funzionale al successivo. Nel fare le scalette, poi, Lorenzo è il più bravo di tutti. Anche con i pezzi degli altri. D’altra parte, ha iniziato facendo il dj, quindi è abituato a codificare le reazioni delle persone in base alla musica che mette. L’obiettivo di quest’anno era raggiungere il massimo livello di coinvolgimento possibile del pubblico. Gran parte dello show ha le luci accese e vedo solo persone felici».

Quanto a Padova: «Sono abituato a dare il 110% a ogni live, però non posso negare che questo per me sarà un concerto speciale, visto che abito a Venezia» dice Leo. «Ci saranno tantissime persone che conosco, amici e familiari, quindi sarò molto coinvolto. Per me, suonare con Lorenzo è il massimo a cui potessi ambire in Italia. Qui le percussioni non vengono utilizzate molto e io mi sono preservato dall’estinzione usando l’elettronica. E poi ho avuto la fortuna di incontrare Lorenzo, che ha un repertorio e un gusto che valorizzano molto il mio strumento. Dal vivo, i pezzi che mi divertono di più sono quelli ritmati, come “Penso positivo”, “L’ombelico del mondo”. Ma siamo tutti al servizio di un risultato, come una squadra di rugby».

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