Era a Londra la lettera di Galileo che portò al monito di Bellarmino

PADOVA
Era conservato nella biblioteca della Royal Society, sotto gli occhi di tutti da almeno 250 anni, ma un errore di catalogazione ne aveva fatto perdere le tracce fino allo scorso agosto quando l’occhio attento di uno studioso italiano lo ha ritrovato nell’archivio online della biblioteca. Si tratterebbe dell’originale di una lettera che Galileo Galilei scrisse il 21 dicembre 1613 al suo allievo Benedetto Castelli, matematico dell’Università di Pisa, ritrovata da Salvatore Ricciardo, ricercatore di Storia della Scienza dell’Università di Bergamo.
I dettagli e le implicazioni di questa scoperta, comunicatasul sito della rivista “Nature”, si potranno leggere nell’articolo che Ricciardo ha scritto con il suo supervisore Franco Giudice e Michele Camerota, storico della Scienza dell’Università di Cagliari e che uscirà prossimamente sulla rivista “Notes and Records” della Royal Society.
Ma quanto importante è questo ritrovamento? Giulio Peruzzi, studioso dell’opera galileiana, insegna Storia della Fisica e Storia della Scienza e della Tecnica all’Università di Padova: «Aver trovato la versione forse originale della lettera a Castelli è indubbiamente interessante dal punto di vista storiografico» dice «perché mostra che proprio lui, Galileo, aveva avuto cura di rivedere e correggere alcune parti da lui stesso scritte. Tuttavia non è corretto affermare che sia proprio questo il testo – come alcuni sostengono – che condusse Galileo nel 1633 al famoso processo».
Il documento fa parte di un corpus di lettere di argomento teologico, che ha avuto un gran numero di versioni. Una di queste diede il via al primo processo che Galileo subì nel 1616 e che si concluse “solo” con un ammonimento, da parte del Cardinal Bellarmino, a non difendere più il sistema copernicano.
In seguito a un incontro avuto con alcune personalità della Chiesa e dell’aristocrazia dell’epoca, Galileo era stato sollecitato da Castelli a esprimersi sul rapporto tra scienza e fede: «Galileo» dice Peruzzi» non era un credente in senso stretto, ma riteneva che la Chiesa fosse un’istituzione importante e per questo doveva salvaguardarsi da posizioni che avrebbero potuto screditarla».
Dopo l’invio di questa lettera, ne vennero realizzate diverse versioni, usate a vari scopi: alcuni per ammorbidirla ulteriormente, altri per gettar fango – si direbbe oggi – sullo scienziato pisano.
«Antonio Favaro, curatore dell’opera omnia di Galileo, ha fatto una gran lavoro dal punto di vista filologico e di queste lettere ne ritrovò 7/8 versioni, indicando quelle per lui più attendibili. Il ritrovamento risolve il problema di quale sia il testo autentico, ma niente di più». E infatti resta aperta la questione di quale copia della lettera giunse al domenicano Niccolò Lorini che da tempo contestava Galileo, sostenendo che Copernico era un eretico.
Lorini inviò la lettera di Galileo all’Inquisizione il 7 febbraio 1615. La situazione politica era molto tesa: è il periodo della controriforma e la Chiesa sentiva tutto il peso di ciò che aveva dichiarato Lutero e cioè che il testo sacro ognuno lo interpreta a modo suo.
Il 16 febbraio 1615 Galileo scrive a monsignor Dini affinché faccia arrivare la vera lettera a Bellarmino. Qui Galileo dice che a Lorini era pervenuta “in non so donde, copia di una lettera che io scrissi al padre matematico in proposito dell’apportare le autorità sacre in dispute naturali” e che il domenicano vi aveva visto molte eresie. Ma Galileo dichiara di non aver mai ricevuto lamentele riguardo ai contenuti.
Il manoscritto ritrovato da Ricciardo non risolve, dunque, il problema di che lettera Lorini inviò all’Inquisizione. Ma nemmeno dice che fu essa la causa che 17 anni dopo condusse Galileo al processo, da imputare, invece, alla pubblicazione nel 1632 del “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” in cui Galileo torna a difendere il sistema copernicano, nonostante il monito del Bellarmino, mettendo in bocca a Simplicio, sostenitore del sistema tolemaico (e figura “sempliciotta” del Dialogo), alcune affermazioni di papa Urbano VIII. —
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