Breda, tutti colpevoli: pesanti condanne al “comitato d’affari”

Il tribunale ha inflitto sei anni e sei mesi di reclusione a Sergio Scalisi, cinque anni e otto mesi a Federico Caporello e due anni a Stefano De Cia. Hanno "spolpato" la fondazione
CARRAI - CONFERENZA FONDAZIONE BREDA. CARRAI - CONFERENZA FONDAZIONE BREDA.
CARRAI - CONFERENZA FONDAZIONE BREDA. CARRAI - CONFERENZA FONDAZIONE BREDA.

Svenduta. Piegata all’affarismo più spregiudicato. Gestita non in funzione del bene comune ma per moltiplicare i conti di qualche privato a spese della collettività. Ecco la fine della Fondazione Breda, un patrimonio ormai soffocato dai debiti, nella fotografia della sentenza pronunciata ieri dal Tribunale di Padova che ha condannato i tre imputati per la dispersione del patrimonio dell’ex Ipab (Istituto pubblico di assistenza e beneficenza). Pesanti le pene: 6 anni e sei mesi di carcere all’ex titolare del referato agli appalti nonché consigliere della Breda Sergio Scalisi, 54 anni di Ponte di Brenta; 5 anni e otto mesi all’imprenditore Federico Caporello, 56 anni di Padova, titolare della Gastronomia Salvò di Saccolongo; 2 anni con la sospensione condizionale al geometra Stefano De Cia, 32 anni di Padova, autore di una perizia “gonfiata”; una sanzione di 150 mila euro a carico della Gastronomia Salvò in base alla normativa 231 del 2001 che punisce enti e società responsabili di un illecito amministrativo. I tre, tutti condannati alla pena accessoria dell’incapacità a contrattare con la Pubblica amministrazione (solo Scalisi e Caporello hanno pure l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e quella legale per la durata della pena), dovranno pagare le spese processuali e legali con una provvisionale immediatamente esecutiva di 150 mila euro a favore della Fondazione, mentre il risarcimento per i danni materiali e morali sarà quantificato in un separato giudizio civile. Infine il tribunale (presidente Nicoletta De Nardus, giudici a latere Marassi e Teatini) ha disposto la restituzione alla Breda di 450 mila euro sequestrati in un conto intestato alla Gastronomia Salvò. Gli imputati erano difesi dai legali Giulio Pampena (Scalisi), Alberto Di Mauro (Caporello), Barbara Bisinella e Andrea Sanguin (De Cia).

Vittoria piena del pubblico ministero Paolo Luca: non solo la sua impostazione accusatoria è stata accolta integralmente, ma addirittura per due protagonisti (Scalisi e Caporello) le pene comminate sono state più pesanti di quelle richieste, rispettivamente di 6 anni e 4 anni e mezzo. Soddisfatto l’avvocato Fabio Pinelli che si era costituito parte civile a tutela della Breda; di tutt’altro avviso i difensori pronti a dar battaglia in appello non appena, tra 90 giorni, saranno depositate le motivazioni. Disperato il commento di Caporello: «Avanzo ancora 360 mila euro dalla Breda... Ho pagato io, per loro, il centro di cottura... Dove sono andati a finire i soldi?». Due le operazioni corruttive: l’affaire Breda 2, ovvero la svendita di un terreno a Limena alla Costruzioni Forte di Domenico Forte, ceduto per 3.150.501 euro (valore di mercato 4.075.000), destinato a fruttare tangenti per 40 mila euro nelle tasche di Scalisi (20 mila tramite un assegno circolare e una barca Bayliner 2845 di valore equivalente), e il project financing che prevedeva l’acquisto da parte della Breda di un centro di cottura di cui era proprietario Caporello per 2.850.000 euro con un danno di 2 milioni di euro per l’ente. E un guadagno di un milione di euro a favore del terzetto Scalisi-Caporello-Michelangelo Cibin, definito dal pm Luca «un comitato d’affari». Assolti per altri episodi corruttivi Scalisi e Caporello. Caso Breda chiuso in primo grado, dunque. Non nei confronti di Cibin, il trevigiano ex segretario-direttore della Fondazione: per lui, arrestato il 27 marzo 2008 con Scalisi e Caporello, il processo è sospeso. Il motivo? Gravi problemi di salute intervenuti all’alba dell’inchiesta.

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