Ugo Valeri, il Toulouse-Lautrec padovano

Bohémien per vocazione, allergico a ogni convenzione capace di usare un gran numero di tecniche e di tratti: in mostra agli Eremitani 

di Virginia Baradel

Ci sono artisti che interpretano lo spirito del tempo e altri che lo incarnano. Ugo Valeri appartiene alla seconda categoria. Anche se, per la verità, di carne ne aveva poca (diceva: io sono una caricatura) e ancor meno ne aveva il suo segno che sgusciava rapido dal lapis e saettava tra goliardi, prostitute e dandies per fissare un istante dell’esaltante vitalità, irriverente e frenetica, del primo novecento scapigliato.

Valeri faceva nascere le sue creature lontano dalle accademie e poi le portava a sgambettare sull’orlo della modernità a ritmo di sarabanda. Era uno spericolato che tentava nuove vie, faceva sogni mai fatti, cercava il futuro prima del futurismo. Era in prima fila, al passo con i francesi, con Toulouse Lautrec, con Jules Cherét. Ma che fatica: gli altri da noi erano tutti più indietro. Prendiamo la macchia: la sua quando era d’acquarello o di tempera portava il segno agile a dilagare fino a mutarsi in colore vero; quando era d’olio nei dipinti, sembrava terra mischiata a pepite di luce dorata che bucavano la materia.

Piove di Sacco lo vide nascere nel 1873, Padova cercò di dargli un po’ di disciplina prima al liceo Tito Livio e poi alla scuola privata di pittura di Alessio Valerio. Qualcosa imparò, ma non a starsene quieto. Nell’anno della prima Biennale s’iscrisse all’Accademia di Venezia, durò un anno e poi passò a Bologna. Venne cacciato anche da quella ma a Bologna accaddero due cose ottime per lui: vinse inaspettatamente il Premio Francia e trovò pan per i suoi denti nel gruppo goliardico-scapigliato dei Giambardi della Sega. Con le mille lire del premio Francia andò a Napoli, venne affascinato dalla luce e disse che di lì in avanti avrebbe visto il mondo in bianco e nero. Rimasto senza un soldo venne rispedito a Bologna.

La base degli scapigliati bolognesi era Palazzo Bentivoglio, fatiscente, labirintico, meta di grandi autori in visita ai giovani estremisti portatori di idee nuove. La città felsinea era in piena espansione, s’inventò giornaletti satirici grandiosi e assoldò i più celebri disegnatori: “Bologna che ride” divenne “Italia ride” e conquistò il podio tra le riviste illustrate. Valeri c’era, in prima fila. E quando Valeri c’era anche in carne ed ossa, erano assicurate baldoria e creatività a mille. S’infischiò di convenzioni e salotti, scelse il popolo e la strada come dimora fissa; s’innamorò della velocità dei giovani che hanno l’argento vivo, dei riti collettivi, della gioia di vivere. Appena dietro l’angolo stava in agguato il peso della vita, la protervia degli smargiassi clienti delle prostitute, la tristezza, la miseria.

Lui ci prova a cambiare le carte in tavola: non sa cosa possa fare l’arte, ma certo sa da che parte sta. Sta col popolo, con le sartine, le prostitute, con i giovani che si stordiscono nel vortice del ballo. Il vero esteriore deve coincidere con il vero interiore diceva, e per questo il suo tratto spericolato si tinge di espressionismo, mentre elettrizza i ballerini e perde le fanciulle nel vortice delle gonne. Oppure prosciuga in pochi tratti schizzati il roma. nzo di un’attrice.

È forse il Liberty la chiave per comprendere tutta questa frenetica leggerezza? Valeri sta al Liberty come il tarlo sta al legno: lo divora e lo svuota ma si nutre della sua linfa. Lo fa precipitare in basso e, nella caduta, lo schianta. Usa una gran varietà di tecniche e di tratti: matita, china, acquarello, pastello, tempera e olio; insuperabile nella caricatura e nella sintesi espressiva, usa colori piatti e tavolozze variabili ora livide ora calde, a seconda del soggetto. Il colore ha una funzione espressiva ma anche simbolica, appartiene al dominio del vero interiore ed è il primo aiutante del tratto scattante che suscita le figure.

Valeri cavalca le sue visioni in punta di simbolismo e di espressionismo. Certo discute, legge, s’informa. È giovane colto e distinto di ottima famiglia, bohémien per vocazione. Le opere che presenta alla mostra padovana “I sette peccati” nel 1904 hanno una potenza d’impatto da sollevarsi un metro sopra i Milesi, i Fragiacomo, i Laurenti e persino i giovani Boccioni e Casorati. Guardate l’Invidia, lasciò tutti di stucco: nessun vizio umano avrà icona più perfetta. Inaugurando la Biennale del 1907 SA il Conte di Torino ha parole di lode per i suoi quadri. Ma fu la personale di Ca’ Pesaro nel 1909 che sbalordì tutti. Espose l’intera varietà del suo repertorio, una babilonia di carte, olii, manifesti, illustrazioni: tout se tient, nell’arte come nella vita. Critici e artisti rimasero stupefatti: fu la tromba del nuovo mattino di Ca’ Pesaro, come dirà Arturo Martini.

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