La Biennale, Venezia capitale mondiale dell’arte

I padiglioni sono sempre quelli di oltre un secolo fa, segno di un primato immortale

Si arriva alla Biennale d'Arte con la laguna che si allarga verso il mare, con il canale che si fa stretto, poi improvvisamente l'acqua ti fa vedere tutto il mondo architettonico veneziano riflesso, quello dell'arte che nel 1890 un gruppo di intellettuali capitanati dal suo sindaco Riccardo Selvatico designa come luogo di un'esposizione mondiale dell'arte. È l'Italia di un secolo fa, ma entrando nello scenario appena aperto della Biennale si sente ancora l'aria di un tempo in cui la cultura e i suoi artisti si intrecciavano al destino dei popoli e i padiglioni costruiti da ogni nazione espositrice, in fondo rappresentavano la rinuncia al divisionismo politico del tempo per tentare la via della cultura come progetto che illuminasse le menti di ogni nazione.

Il padiglione russo, ad esempio, è ancora lì, ricorda San Pietroburgo con i colori pastello dei suoi palazzi foderati di bianco, e poi davanti ci sono gli Imperi, ancora intatti, come quello inglese, a destra la Germania, imponente allora, inconfondibile oggi; a sinistra la Francia e, accanto al padiglione inglese, c'è, appena sotto, quello sobrio degli Stati Uniti e poi, uno dietro l'altro, c'è il trasudare del mondo stipato, trasgressivo ma puntualmente presente per denunciare e comunicare, dettagli sottili e infiniti dell'arte contemporanea.

Inevitabile, stando lì con il mare salmastro addosso, con tutte queste radici del pensiero creativo dell'uomo, pensare a Pompei, a Ercolano, al Colosseo, ai nostri musei, al disastro dell'incuria delle istituzioni, lontane ed arroganti nei confronti della cultura, diventata luogo di attraversamento predatorio, abusata e maltrattata dalle infinite bugie elettorali. La parola Cultura, come la parola Arte, sono i luoghi mentali più carichi di banalizzazione e, nello stesso tempo, unico baluardo rimasto di una possibile territorialità della conoscenza. L'arte è un tratto complesso dell'uomo, che si moltiplica e diversifica nella personalità soggettiva dell'artista e nel suo tentativo di oggettivarla, ossia di renderla accessibile alla realtà.

Nel padiglione Venezia, ad esempio, c'è l'artista Maria Luisa Taddei, con l'opera "La stanza del vento", un luogo ovoidale foderato di seta del grande maestro veneziano Rubelli, dentro, tra l'oro mosaicato simile a San Marco, ci sono tutti i suoni del vento. Assieme all'artista del padiglione inglese Jeremy Deller ci sono le grandi figure affrescate che simboleggiano il rapporto del potere e delle sue profanazioni della società; ecco alcuni esempi di come l'uomo riesce ad essere protagonista del suo tempo, nel tentativo di catturare l'anima oppressa e disintegrata di un'intera generazione.

Gli artisti contemporanei non dipingono la realtà con quel verismo straordinario di un secolo fa, portano direttamente il mondo, la forma, l'oggetto, i corpi dentro i luoghi dell'arte. È un po' la rinuncia, anche per il mondo della cultura, di pensare ai simboli, ai sogni, a quel mondo etereo dell'animo umano che si trasmuta in un'opera d'arte. Il mondo è distratto dalla confusione e lì lo capisci e ringrazi l'Italia, Venezia, il sindaco Orsoni come il sindaco di allora, che la inaugurò nel 1895, di farla esistere ancora, bella più che mai e in quei giardini capisci che l'Italia è ancora il luogo mentale e formale di tutte le arti.

Rimane comunque il silenzio delle istituzioni e del mondo produttivo nei confronti del grande mondo dell'arte, è un rumore assordante, chiuso e reso quasi mutacico dall'ingombro del business e dei collezionisti, degli strani curatori e dei critici invisibili e impossibili da decodificare per le loro scelte. Il nuovo potere non sono più il mecenatismo, ma l'indifferenza, una stridente contabilità che tocca anche questo grande mondo. Restano gli artisti, questi incredibili artigiani del sapere, dell'emozione condivisa, è ancora l'arte la forma più pura di libertà, quella di rompere lo schema anche delle forme, oggi più che mai tradite dalle illusioni, quelle del mondo virtuale, ma anche il tradimento delle idee e degli ideali e, se furono terribili quelli del Novecento, il secolo di oggi pur senza ideologie assomiglia al medioevo.

Venezia rimane intatta forse perché imprigionata dal mare, da quel mare che forse è la sua vera salvezza.

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