Il Bostel dei retici minacciato dalla crisi e dalle patate

di Silvia Ferrari
ROTZO (VICENZA)
“Bostel” o "Pustel", nella lingua parlata dalle antiche genti dell’Altipiano, significa “luogo sicuro”, “ripostiglio”, “stalla nascosta”. È qui, in questa collina di terra buona, che più di 2500 anni fa un antico popolo decise di stabilizzarsi, dando vita al primo luogo abitato dell’Altopiano. Erano alcune centinaia di abitanti, legati alla pastorizia, alla lana e alla metallurgia e fortemente influenzati dall’ambiente retico-alpino circostante.
A differenza dei veneti che subirono un processo pacifico di romanizzazione, al Bostel fu guerra etnica: furono costretti a scappare attorno al II-I secolo a.C., il villaggio venne bruciato e abbandonato con tutte le ricchezze e gli oggetti che conteneva: stoviglie, chiavi, lingotti di bronzo.
Da allora il tempo al Bostel si è fermato, arginato da centimetri di terra, fortunatamente mai più edificata, che per secoli hanno protetto e nascosto un tesoro archeologico straordinario. Fu l'abate Agostino Dal Pozzo, storico narratore dell’Altopiano, nel 1781 a scoprire per primo le pietre dell’antico villaggio. Oggi sono gli archeologi Carlo Bressan e Chiara Padovan, 43 e 38 anni, insieme per professione e per amore, i custodi appassionati di questo sito ancora tutto da scoprire.
Già, perché quella terra che protegge i reperti archeologici del Bostel, fatica a trovare i finanziamenti per essere scavata, nonostante tutti gli sforzi dei due giovani archeologi che hanno addirittura deciso di abbandonare la pianura e la città -lui Vicenza, lei Padova - per trasferirsi nell'Altopiano.
«Scaviamo qui al Bostel di Rotzo dal 1993», racconta Carlo « Nel 1998 ci siamo trasferiti a vivere qui dove abbiamo scelto di far crescere anche i nostri tre figli». Una scelta controcorrente, che nel tempo ha prodotto risultati importanti, l’ultimo dei quali l’inaugurazione il 21 luglio del 2012 del Museo Archeologico dell’Altipiano, realizzato grazie a finanziamenti pubblici e privati: un fiore all’occhiello per l’Altopiano e per il Veneto.
Mai rimpianti o ripensamenti dunque per Carlo e Chiara. Fino a quest’anno. Le ultime settimane, infatti, stanno mettendo a dura prova la coppia di archeologi e il futuro stesso del parco archeologico del Bostel. Per la prima volta, dopo vent’anni, quest’anno gli scavi, coordinati dal prof. Armando De Guio dell’Università di Padova, non potranno procedere per assenza di finanziamenti.
A queste questioni economiche si aggiungono questioni politiche di concessioni: l’amministrazione comunale e la Comunità Montana hanno concesso alla Fondazione che gestisce il parco solo tre anni di delega contro i venti che erano stati richiesti. E per un attimo c’è stata anche l’intenzione di ridurre l’estensione del Bostel e di lasciare una parte dell'area alla coltivazione delle patate.
«Qualche settimana fa abbiamo rischiato di perdere quasi tutto», spiega Carlo, corrugando la fronte « Ci rendiamo conto che ci sono tante difficoltà, specialmente economiche, e che si tratterebbe di una deresponsabilizzazione apparentemente più conveniente, ma il Bostel è una gra. nde ricchezza per Rotzo e va valorizzato in ogni modo. Solo ora attira più di 7000 visitatori all'anno tra scolaresche e utenti occasionali».
Ora sembra che, almeno temporaneamente, si sia scampato il pericolo di fare del Bostel campi di patate, ma la mancanza di sostegno è forte: «Il progetto del parco», prosegue Chiara , «con le strutture ricettive, le ricostruzioni e le offerte didattiche e turistiche, è rimasto solo un embrione e oggi siamo in serie difficoltà economiche. In vent’anni possiamo dire di avere solo minimamente toccato l'archeologia del Bostel. Abbiamo scavato solo una struttura, ma ne abbiamo individuate minimo altre 12. Una volta scavato, con una musealizzazione dello scavo, questo parco potrebbe essere un unicum in Veneto, se non in Italia. Noi ci crediamo davvero, ma abbiamo bisogno di essere sostenuti politicamente ed economicamente». Che dal punto di vista archeologico il Bostel sia importante è dimostrato dal fatto che parecchi pezzi qui rinvenuti sono andati ad arricchire la mostra “Venetkens” sugli antichi veneti, tuttora in corso a Padova: l’oggetto più pregiato è un dolio decorato con 150 lamine di bronzo.
Da parte sua l'amministrazione comunale risponde con le parole del sindaco Lucio Spagnolo: «Data la difficoltà di gestione economica del Bostel e alcune strutture dichiarate inagibili, abbiamo preferito dare una delega alla Fondazione per tre anni e poi vedere che cosa fare. In tre anni ci sarà modo di capire e trovare soluzioni perché il progetto possa continuare. Quello che mi preoccupa però è l’inconsistenza della gestione da parte della Fondazione e il fatto che siamo stati economicamente abbandonati da parte delle istituzioni. Ci sono spese di gestione e di investimento altissime e il Comune di Rotzo non può accollarsi le spese di gestione dell'archeoparco».
Nel frattempo, in attesa che i soldi e le concessioni arrivino, sorge un ulteriore problema. Il parco va tutelato e gli scavi interrotti coperti: «Non basta solo scavare» continua Carlo, «Bisogna anche pensare alla manutenzione. La situazione è abbastanza drammatica al Bostel: abbiamo scavato, abbiamo fuori delle strutture e gli scavi si stanno rovinando. Il problema di tutela va risolto abbastanza velocemente altrimenti è meglio richiudere gli scavi». Già nei prossimi giorni è previsto un incontro con la Sovrintendenza per i Beni Archeologici che nella voce di Mariacristina Vallicelli per ora promette la tutela: «L'area del Bostel è un’area molto importante archeologicamente. In attesa di valutazioni più ampie per ora posso dire che non ci saranno problemi di tutela: si garantirà la sicurezza dell’area archeologica e delle strutture fino ad ora indagate».
Intanto per far sopravvivere sito e famiglia, Carlo l’archeologo fa il cuoco al posto di ristoro.
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