Alessandro è morto a 27 anni: la sua una vita di pura bellezza
Da 18 anni era seguito dall’Hospice pediatrico: «È stato sempre il suo porto sicuro»

L’ultimo respiro – così faticoso ormai, così lento – non gli ha dato dolore. «Si è addormentato» dice la mamma. Attorno a lui i genitori, i fratelli e il cognato si tenevano per mano. C’erano due medici e due infermieri; c’era pace e c’era silenzio. Quando infine il suo cuore si è fermato, la mamma ha intinto le dita nella fisiologica – non c’era altro – e gli ha impartito il battesimo per segnare l’inizio della sua nuova vita, quella “oltre”.
In una camera dell’Hospice Pediatrico di Padova se n’è andato così, mercoledì sera, Alessandro Sacchetto. Aveva 27 anni, da 18 era seguito da questa struttura dove era entrato bambino, quando per lui le cure possibili parevano esaurite. E invece nell’Hospice e con l’Hospice ha attraversato il tempo più lungo della sua esistenza, dando qualità e intensità a ogni giorno, crescendo, maturando. Soffrendo, anche. Ma molto più spesso sorridendo.
Alessandro, per tutti Ale, viveva a Tribano. La sua storia inizia il 13 novembre 1998 all’ospedale di Rovigo, secondo figlio di Paola Contiero e Lorenzo Sacchetto. Un parto senza complicazioni; poche ore dopo, il dramma: «Un’infezione da Listeria, un’emorragia cerebrale, un intervento neurochirurgico dalle conseguenze enormi. Mi dissero che non ce l’avrebbe fatta». Quella notte, Paola parla per la prima volta con il suo bambino. Raggiunge l’incubatrice e gli dice: «Se ce la metti tutta, insieme ce la facciamo». Contro ogni previsione, Alessandro sopravvive. E anzi, vive.
«All’inizio è stato tutto molto difficile» ricorda la mamma. Anni di consulti, di emergenze, di un progetto di famiglia da riscrivere e senza sapere come fare. Serve un’assistenza continua. Paola è costretta a lasciare il lavoro e le sue competenze di educatrice scolastica le riversa su Ale, stimolandone l’attenzione alle parole, ai suoni e ai colori. Lui reagisce: diventa un bambino vivace, partecipa alla vita di famiglia, si appassiona allo sport.

Arriva il 2008: alla Pediatria di Padova dicono che non c’è più niente da fare, che rimane solo l’Hospice Pediatrico. Quella parola, hospice, che l’istinto associa alla morte. «Nemmeno il tempo di entrarci, e abbiamo capito che quella non era la fine. Sotto la guida della professoressa Franca Benini, nell’arco di tre giorni la situazione di Ale è stata affrontata, studiata, organizzata: un ventilatore per la respirazione, la giusta alimentazione, tutte le informazioni e la dotazione necessarie per aiutare e sostenere lui e noi a domicilio. E l’Hospice come porto sicuro per qualsiasi dubbio, emergenza, necessità». L’Hospice come una seconda casa, nei periodi di ricovero accanto ad Ale adesso c’è anche il fratellino Giovanni, il nuovo arrivato, che la mamma porta con sé.
Gli anni passano, Ale si fa uomo: è il tempo della consapevolezza. Sa di avere un tempo contato e vuole farlo valere quanto più riesce. Partecipa a tutte le attività legate all’Hospice, dal Giro d’Italia delle Cure palliative pediatriche alla Feltre 24; in più gioca a BaskIn (il basket in carrozzina) e segue la Juve: gioia pura, l’incontro con Alessandro Del Piero. È attivo sui social e assieme alla famiglia apre la pagina “I Sacchetto a tutta vita”, racconto di una quotidianità che da difficile si è fatta normale con le feste, le discussioni e la condivisione, con il tema della morte affrontato senza paura e con il bacio della buonanotte che non deve mai essere dimenticato.
«La vita di Alessandro è stata pura bellezza, e quando se n’è andato è stato tutto perfetto». Nelle parole di Paola Contiero c’è solo dolcezza: «Lui ha capito che la fine si avvicinava. Pochi giorni dopo l’uscita in Prato delle Valle per vedere la professoressa Benini, che lui adorava, con la fiaccola olimpica, mi ha detto che era arrivato il momento di andare all’Hospice. Gli ultimi giorni li abbiamo passati nella pace che amava tanto. La situazione era grave ma ogni parola che ci è stata detta era quella giusta, quella che potevamo comprendere, quella che non feriva. Grazie alle cure palliative Ale non ha sofferto la difficoltà del respiro, e noi abbiamo potuto vederlo sereno fino all’ultimo».
Non c’è stato e non ci sarà un funerale: non lo voleva. C’è e ci sarà, invece, un’eredità importante: il suo ultimo gesto di generosità, con la donazione delle cornee. E il messaggio che lascia attraverso la sorella Silvia, alle cui nozze era stato testimone lo scorso novembre e che ha scelto di dedicare la sua vita professionale alle cure palliative pediatriche.
«Ma c’è un’altra cosa che Ale ci lascia, e per la quale mi impegnerò perché io stessa ci credo profondamente. L’Hospice Pediatrico e le cure palliative pediatriche hanno consentito a mio figlio di vivere una vita piena e di andarsene senza soffrire, con accanto la sua famiglia e i medici e gli infermieri che si sono presi cura di lui in modo professionale e amorevole. Questa è l’essenza dell’Hospice, che presto avrà una nuova sede ma che anche qui e ora, dove è e come è, deve avere tutto ciò che serve. Ale stava cercando un contatto con Del Piero, il suo idolo: voleva chiedergli di supportare il nuovo Hospice. Ma soprattutto avrebbe voluto vedere unita la costellazione di associazioni che sostengono l’Hospice. Lui, come me, era convinto che solo procedendo uniti si raggiunge un risultato vero. Bisogna aggregarsi intorno a chi è più solido e ha progetti più concreti. Lo dico da mamma, per gli anni che ho vissuto lì dentro e per quelli che continuerò a viverci perché l’Hospice, con la sua essenza, ora è nel nostro Dna, nel nostro sangue».
* direttrice del periodico “La Miglior Vita Possibile”
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