Ballottaggi al veleno, resa dei conti a destra nel Padovano

Dopo la sconfitta a Monselice sfoghi e tensioni: «Bedin, te l’avevamo detto». Sotto accusa anche l’assessora Venturini

Rocco Currado
Fabio Conte e Franco Ennio davanti al municipio di Monselice
Fabio Conte e Franco Ennio davanti al municipio di Monselice

Il giorno dopo una sconfitta non è mai semplice. Ma il voto di Monselice, dove il centrodestra ha mancato la riconquista del Comune consegnando di fatto la vittoria al centrosinistra dopo settimane di divisioni e polemiche, ha portato al clima delle grandi occasioni mancate. E soprattutto delle recriminazioni. Tante. Forse troppe.

Nelle ore successive all’esito degli scrutini - tra telefonate, messaggi e colloqui rigorosamente a taccuini chiusi - è iniziata una sorta di processo collettivo in cui tutti cercano un responsabile e nessuno sembra disposto ad assumersi una parte della colpa. Il nome che ricorre più spesso è quello di Giorgia Bedin.

La partita di Monselice

Giorgia Bedin
Giorgia Bedin

«Gliel’avevamo detto», è il refrain che rimbalza da un esponente all’altro della coalizione, sottovoce ovviamente.

L’ex sindaca e attuale consigliera regionale leghista viene indicata da molti come la principale regista della partita monselicense. Una regia che, secondo i critici, avrebbe finito per trasformarsi in un boomerang.

«Ha messo troppi veti», ripetono diversi dirigenti locali. Accuse che riguardano soprattutto la gestione delle alleanze e i rapporti con le altre anime del centrodestra locale, in una fase in cui sarebbe servita capacità di mediazione più che prove di forza.

Le dichiarazioni ufficiali restano prudenti. Il commissario regionale della Lega Andrea Tomaello ha scelto il silenzio, non rispondendo a chiamate né messaggi. Il segretario provinciale Nicola Pettenuzzo si limita a una riflessione essenziale: «Dispiace perché avremmo potuto vincere, purtroppo non si è trovato l’accordo ma non ho seguito nel dettaglio la partita». Marcello Bano, delegato elettorale per la Lega, scuote la testa: «Sono molto amareggiato». Più netto il consigliere regionale Roberto Marcato: «Ci vuole fantasia a dire che ha vinto il centrosinistra, ma ora serve una riflessione interna al centrodestra».

Leadership in crisi

Ed è proprio la riflessione interna il tema che attraversa tutte le conversazioni. Per molti, infatti, la sconfitta di Monselice rappresenta qualcosa di più di una semplice battuta d’arresto. È il sintomo di una crisi di leadership e di una difficoltà crescente dei partiti nel governare le dinamiche territoriali. Intanto, però, tra i dirigenti circola una convinzione: politicamente Giorgia Bedin è ormai «finita».

«Resa dei conti? No», argomenta un esponente di peso del centrodestra padovano, «verrà sopportata dal partito perché c’è bisogno del suo voto in Regione, ma è completamente isolata».

In particolare, viene contestato un meccanismo che negli ultimi anni si è ripetuto più volte: la scelta di candidare in Consiglio regionale sindaci appena eletti. Che, secondo molti, rischia di lasciare aperte ferite difficili da rimarginare. Ma la critica più dura riguarda la gestione politica dell’intera vicenda. «I personalismi non devono esserci. Quando metti veti ad personam distruggi qualsiasi ipotesi di coalizione», sintetizza un dirigente.

Elisa Venturini (Forza Italia)
Elisa Venturini (Forza Italia)

Nel mirino finisce anche l’assessora regionale Elisa Venturini (Forza Italia) e il suo sostegno a un altro candidato. «Non puoi, dalla tua posizione istituzionale, sostenere un candidato alternativo a quello della coalizione», è l’accusa che viene mossa. E c’è chi si spinge oltre, sostenendo che il governatore veneto Alberto Stefani avrebbe dovuto intervenire con maggiore decisione.

Ma al di là dei singoli nomi, ciò che emerge è la sensazione di una regia politica assente. Un vuoto che molti considerano il vero problema. «Bisognerebbe tornare alla disciplina di partito di un tempo», osservano diversi dirigenti. Anche perché il documento con cui le segreterie regionali avevano auspicato un apparentamento tra le diverse anime del centrodestra è arrivato quando ormai i rapporti erano compromessi. «Troppo tardi», è il giudizio unanime.

Ne è convinto anche l’ex deputato Filippo Ascierto (FdI). «I livelli regionali potevano intervenire dall’inizio, magari avremmo vinto al primo turno con il 60%», osserva, evidenziando come sia «difficile ricucire situazioni che diventano più personali che politiche». Ma rivendica la coerenza del suo partito: «Da uomo di destra non sarei mai andato con la sinistra». Una cosa è certa: non finisce qui.

 

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