Ridare dignità al Caffè Pedrocchi
Il direttore Manolo Rigoni si dimette dopo un decennio alla guida del Pedrocchi, segnato dalla crescita di fatturato e dipendenti. Ma il monumento di Padova resta in attesa dei restauri: «Non basta lo zucchero, bisogna fermare il tempo»

Al Pedrocchi non si beve soltanto il caffè. Qui dentro c’è il racconto di una città. C’è la memoria di Padova, c’è il suo salotto, c’è un pezzo della sua identità. È quello che Giuseppe Jappelli immaginò nell’800 e che ancora oggi dovrebbe rappresentare: un luogo aperto, vivo, popolare e insieme monumentale.
Per questo le dimissioni di Manolo Rigoni, dopo dieci anni alla guida del Caffè, non sono soltanto un avvicendamento manageriale. La sua, spiega, è una scelta personale e familiare, senza alcun collegamento con l’uscita dell’ex amministratore delegato di F&De Group, Roberto Imperatrice. La squadra resterà al suo posto.
A Rigoni va riconosciuto il lavoro fatto. In dieci anni, secondo i dati forniti dallo stesso direttore, il fatturato è triplicato e i dipendenti sono passati da 20 a 80. Il Pedrocchi è tornato a essere frequentato, le sale si sono riempite, l’attività è cresciuta. Sarebbe sbagliato ignorarlo.
Ma il Pedrocchi non è soltanto un’attività economica. Non è un ristorante, un bar, un luogo per eventi come tanti altri. È un monumento. E un monumento ha una responsabilità in più: deve custodire la propria storia. E qui arriva la tazzina. La vedi fumante. La pregusti. Ma se il prodotto non è all’altezza, puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi: resta l’amarezza di un’occasione mancata. Il Pedrocchi rischia di lasciarci proprio quell’amaro. Non in bocca. Negli occhi.
Perché mentre i numeri raccontano una gestione che funziona, il contenitore storico continua ad aspettare. Aspetta il restauro. Aspetta interventi annunciati da tempo e che continuano a slittare. Aspetta una radicale pulizia degli spazi monumentali da orrendi oggetti d’arredo.
Il Comune, va riconosciuto, ha approvato un progetto da 820 mila euro per il restauro delle sale del piano nobile, reso possibile dal mecenatismo di Alessandro Banzato (che è tra gli azionisti di questo giornale). Ma dalle carte ai cantieri il passo non è ancora compiuto. La sala Rossini, il cui intervento avrebbe dovuto iniziare il mese scorso, è slittata a gennaio perché la giunta ha privilegiato i programmi di business del gestore anziché la tutela del monumento. Altri mesi di attesa, e per un monumento come il Pedrocchi, anche il tempo è una forma di usura.
C’è poi la questione degli arredi moderni e delle vetrine commerciali inserite nelle sale storiche. Il Comune ha chiesto più volte di rimuovere gli elementi considerati incongrui. La risposta è che ci sono contratti commerciali in corso e che una rimodulazione sarà possibile alla scadenza.
È comprensibile che esistano esigenze economiche e contrattuali. Ma il Pedrocchi non può essere trattato come un contenitore qualsiasi. Qui la storia deve avere un peso. Il Pedrocchi deve essere vivo, frequentato, produttivo. Ma bisogna trovare il modo di convivere con la storia senza cancellarla. Bisogna restituirgli la dignità che merita. Perché quella dignità è dei padovani.
Rigoni se ne va dopo dieci anni. La gestione continuerà. Ma sul tavolo rimane la questione del restauro. Il Comune, per bocca del sindaco, si è impegnato. Ora bisogna passare dalle carte ai lavori. Perché il Pedrocchi non ha bisogno di altro zucchero. Ha bisogno di essere curato, ha bisogno di un progetto culturale che dia alle sale del piano nobile un contenuto diverso dal susseguirsi di feste di laurea e cene di gala. Una tazzina che ci rappresenta e che, ancora oggi, continua a lasciarci l’amaro negli occhi.
Perché lo zucchero può correggere il gusto. Non può fermare il tempo.
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