A Padova rider costretti a consegnare con 40 gradi, i sindacati contro la Regione
La Cgil: «Stop nelle ore più calde e ammortizzatore per i mancati guadagni». Il nodo: «I lavoratori devono scegliere tra la tutela della salute e il reddito»

Il termometro supera abbondantemente i 35 gradi, l’asfalto brucia le gomme e il telefono resta sempre in mano, in attesa che l’app segnali una nuova consegna.
Per i rider padovani il grande caldo non significa fermarsi, ma continuare a pedalare o guidare per consegnare pranzi e cene. Per molti di loro interrompere il lavoro nelle ore più torride semplicemente non è un’opzione: significa rinunciare all’unica entrata della giornata.
In tanti si riparano sotto gli alberi di piazza Mazzini. Altri, invece, si riparano sotto gli ombrelloni dell’attività commerciale che ogni probabilità gli consentirà di trovare un nuovo ordine. Come Mohammed, arrivato dal Pakistan.
Il sole è alto, ma lui non si lamenta: «È un lavoro che devo fare per vivere», racconta con semplicità. Non ci sono molte alternative e ogni consegna vale qualche euro che, a fine mese, fanno la differenza.
Poco distante c’è Abdul, afghano. Racconta di aver seguito i corsi di sicurezza on line messi a disposizione dalla piattaforma: bere frequentemente, cercare zone d’ombra durante le attese, evitare di esporsi inutilmente al sole. «Cerco di seguire tutte le indicazioni», spiega, «ma quando arriva un ordine bisogna partire».
Mahmud, originario del Bangladesh, indossa una maglia a maniche lunghe nonostante l’afa. Il telefono è sempre acceso mentre aspetta una chiamata dell’app: «Non ho paura del caldo», dice, «questo è il mio secondo lavoro e mi serve per arrivare a fine mese». La necessità economica pesa più delle temperature record.
La denuncia del sindacato
Per Mirko Romanato, di Nidil Cgil, il problema non è soltanto climatico, ma soprattutto contrattuale: «Mentre un lavoratore dell’edilizia o dell’agricoltura può contare sulla cassa integrazione quando viene disposto lo stop per il caldo, i rider sono inquadrati come lavoratori autonomi. Se non lavorano non prendono un euro».
In tal senso l’ordinanza emessa in Veneto non ha esteso ai rider la sospensione dal lavoro nelle ore più calde mentre in Sicilia l’ordinanza include anche i rider. È qui nasce il nodo principale: «Bloccare il lavoro senza prevedere un ammortizzatore sociale significa mettere queste persone davanti a una scelta impossibile: tutelare la salute oppure il reddito».
Per questo Cgil Palermo e Nidil Cgil hanno chiesto alla Regione Sicilia un ristoro economico per i rider costretti a fermarsi e l’individuazione di uno strumento specifico, come una forma di cassa integrazione in deroga, capace di garantire continuità di reddito anche ai collaboratori autonomi delle piattaforme.
Secondo Romanato la responsabilità non può ricadere esclusivamente sulla collettività. «Se il modello di business delle piattaforme si basa sulle consegne a domicilio, devono farsi carico anche dei rischi che questo lavoro comporta. Si potrebbero prevedere tratte più brevi nelle ore più calde oppure spingere i clienti a ordinare nelle fasce serali.
Le app hanno tutti gli strumenti per farlo: attraverso sistemi di incentivi o sconti, ad esempio del 30%, potrebbero favorire gli acquisti dopo le 21 invece che a mezzogiorno. Il mercato non è immutabile e anche le abitudini dei consumatori possono essere orientate, riducendo così l'esposizione dei rider alle temperature più elevate» L’anno scorso alcune piattaforme avevano distribuito bottigliette d’acqua ai rider: «Quest’anno – osserva Romanato – non abbiamo visto nulla. E invece servirebbero acqua, sali minerali, crema solare e dispositivi di protezione».
Il sindacalista sottolinea inoltre come il rapporto tra piattaforma e rider non possa essere liquidato come una semplice collaborazione autonoma: «Quando l’app ti assegna una consegna, in quel momento stai lavorando per quella piattaforma. Non si può far finta che tutto il rischio ricada sul lavoratore».
Una categoria fragile
Dietro il casco e lo zaino termico ci sono spesso lavoratori stranieri che vivono una condizione di particolare vulnerabilità. Molti devono sostenere affitti elevati, inviare denaro alle famiglie nei Paesi d’origine e mantenere la propria posizione amministrativa in Italia. «Sono persone abituate a stringere i denti», racconta Romanato, «da noi non arrivano dicendo che hanno troppo caldo. Vengono quando si ritrovano con l’account bloccato o con altri problemi tecnici che impediscono loro di lavorare. Continuano a pedalare anche con temperature proibitive perché non possono permettersi di fermarsi».
A Padova, inoltre, il lavoro diminuisce proprio nei mesi estivi, quando molti studenti lasciano la città. Per i rider significa meno ordini e ancora più competizione per ogni consegna disponibile.
Il nodo resta aperto
Intanto i sindacati nazionali di Nidil Cgil, Felsa Cisl e UilTemp hanno chiesto un confronto al Ministero del Lavoro per individuare soluzioni che garantiscano continuità di reddito ai rider durante gli stop imposti dalle ordinanze anti-caldo.
L’obiettivo è evitare che la tutela della salute diventi un lusso che pochi possono permettersi. Perché, mentre la città si rifugia nei locali climatizzati aspettando pranzo o cena a domicilio, c’è chi continua ad attraversare la città del Santo sotto il sole cocente. Non per scelta, ma perché, se si ferma, smette di guadagnare.
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