Con il parrucchino e tutto il suo genio Così posava Canova

PADOVA. Nella cornice scintillante di palazzo Donghi-Ponti, sede della Cassa di Risparmio del Veneto, così ricca di sorprese artistiche, è stato presentato ieri, fresco di restauro, il ritratto di Antonio Canova, opera del pittore inglese Thomas Lawrence. L’evento, come in un metaforico scavo archelogico, ha fatto affiorare due icone del sommo artista di Possagno, che ha spogliato i corpi dai drappeggi barocchi e ha fatto del nudo. un simbolo di purezza neoclassica, non priva , in qualche caso, di calda sensualità. Due diverse anime di Canova sono dunque emerse: quella del piccolo uomo che spuntava dal suo laboratorio, incanutito dalla polvere bianca come il fantasma di un mugnaio, le mani colme di schegge di marmo; quella del Canova manager. imprenditore della sua arte, maestro nel comparire, conscio del proprio valore e ,alla fine, innamorato di se stesso.
Non è facile oggi rendersi conto del peso internazionale e della fama che circondò lo scultore come un’aureola, tra Sette e Ottocento. Trasportata all’oggi la si può paragonare a quella di Pavarotti o di un grande campione sportivo (ma quanto meno effimera!); sul piano dei contatti con l’Europa che conta a quella di Mario Monti.
Canova incontra Napoleone a cui chiede la restituzione delle opere d’arte trafugate per arricchire il Louvre. Anche la familiarità con Lawrence mette in risalto la forza del personaggio. A Londra viene accolto con onori trionfali, i suoi fan hanno per lui e per le sue opere un attaccamento quasi feticistico. Lawrence è all’apice della carriera, ha dipinto il ritratto del re Giorgio VII e nella sala d’aspetto del suo studio membri della Casa Reale e della Royal Academy fanno la fila per essere serviti a colpi di pennello. Con Canova il rapporto è rovesciato, è Lawrence a chiedergli di posare per lui: lo ospita a casa sua, gli fornisce una veste da camera con un sontuoso collo di pelliccia e così addobbato appare nel ritratto.
L’artista veneto porta il parrucchino, ne possedeva diversi e di diverso colore, il posticcio compare nei quasi 300 ritratti di diversa mano nei quali Canova fa mostra di sé. Fastidiosa mania che farà dire al Foscolo: «Deve smetterla con questi mielosi mascheramenti, il suo valore e la sua fama sono tali da permettergli di mostrarsi così com’è». Insomma Canova è bello anche pelato.
Il ritratto di Lawrence era molto caro allo scultore, non permise che fosse allontanato da Possagno e il museo e la gypsoteca Antonio Canova hanno tenuto fede a questa volontà per cui il restauro è avvenuto sul posto (lo sfondo del dipinto era offuscato, la tela si era raggrinzit« generando alcune spanciature del colore).
Tra gli interventi delle autorità quello di Giancarlo Galan, presidente della Fondazione Canova onlus: «E’ la mia prima uscita pubblica come presidente del Museo di Possagno e sono felice che il teatro dell’incontro sia Padova, la mia città. Che cosa ha fatto la Regione Veneto per la Cultura? Penso che avrebbe potuto fare molto di più perché la cultura è il grimaldello che ci può far uscire dalla crisi, nessun cinese può imitare le nostre opere d’arte, non si tratta di mozzarelle. Canova fa così parte della quotidianità che lo si dà per scontato, nessuno investe su Canova. Se penso ai milioni di euro che son stati spesi per mantenere i Bronzi di Riace in Calabria…Possagno con i suoi 40 mila visitatori l’anno difende il valore della sua autonomia».
«Non so se avete notato la coincidenza» conclude Galan «ma il 1822 anno della morte di Canova è anche l’anno di fondazione della banca».
Palazzo Donghi-Ponti era ieri eccezionalmente aperto al pubblico, come altri sei edifici storici di proprietà delle banche in tutto il Veneto, in occasione della giornata chiamata appunto “Palazzi aperto” che invita il pubblico a conoscere un patrimonio che il resto dell’anno non è fruibile.
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