Così l’identità veneta cede alla forza dell’Australia

Le comunità di emigrati e la resistenza alla capacità omologante del Paese ospite. In un’area di sosta ciò che resta dell’epopea di 217 trevigiani arrivati 131 anni fa

AUSTRALIA. Il tempo è passato, il sangue è corso e si è diluito, gli accenti si sono persi, io quasi non ci credo che un trevigiano di Zero Branco parli come un texano di Dallas. Verifico e gli dico di quel locale per scambisti sulla provinciale appena fuori dal paese. Lui mi corregge: c’era, ora non c’è più. «Ci andavo ogni tanto quando tornavo in Italia, ma ora sono vecchio e non mi interessano più certe cose. Mi piacciono le bocce».

Sicuro, le bocce, il fante da battere, qualche porco da tirare in solitudine. E questo non è ancora niente: il tempo che assopisce i ricordi qui si si accontenta di due o tre generazioni per finire il lavoro, persino i volonterosi guardiani della memoria, tutti un po’ avanti con gli anni, signori argentati che inciampano sui dettagli e che si incazzano per la stanchezza di non saperli evocare, ogni tanto tradiscono e così cambiano discorso. Ma Attilio ha buona memoria. Venne in Australia nel 1950, qui c’era già il fratello e subito gli disse: «Un’altra settimana così e mi impicco». La settimana passò, così gli anni, «come vedi, è il 2013 e sono ancora qui».

Siamo al Veneto Club di Melbourne, sala Venezia, la più lussuosa, dove un secondo costa come un pasto completo e la carta dei vini è un roulette russa con tutti i colpi in canna. Un’orchestrina suona «vola colomba bianca vola». Erano secoli che non la sentivo più, la cantava mia madre 50 anni fa mentre stendeva la biancheria ed era di buon umore. La canzone racconta di un innamorato che affida ad una colomba il messaggio da portare alla sua donna evidentemente lontana, e continua così: «Diglielo tu che ritornerò, diglielo tu che non sarai più sola». Seguono promesse di ricongiungimento e altri impegni spendibili anche adesso nel caso si trovi una colomba adatta al volo telematico e i 27 mila chilometri che separano l’Italia dall’Australia. Questi sono rimasti numericamente gli stessi, ma misurano un’altra distanza, sono come dire depotenziati da quando non si va più per nave. Della canzone resta lo struggimento, la nostalgia e la voglia di evocare quei tempi per quello che significavano una volta. Perciò si canta. Per nostalgia della nostalgia.

Veneto Club, la più prestigiosa istituzione a difesa della veneticità nello stato di Victoria, solo Melbourne conta circa 400 circoli minori che si rifanno all’italianità in tutte le dovute declinazioni regionali, abruzzese, calabrese, campana, siciliana e, naturalmente, veneta, la più potente. La gondola che vedete in foto se la sono fatta spedire da Venezia, l’hanno messa all’ingresso, all’interno ci sono due sale da pranzo, una sala bar, una sala giochi, slot machine, campo di calcio e bocce, tutto comodamente disteso nel verde. I campani di Rofrano, provincia di Salerno, per non essere da meno ordinarono una statua di Sant’Antonio a grandezza naturale, valore 14 milioni di lire ante euro. Non c’è spesa che non valga la pena di essere fatta per ricordare le proprie origini, ma è impegnativo, qui il mondo è impiccato all’ingiù, la concezione australe rovesciata rende tutto più difficile: qui l’inverno significa estate e se a sud fa freddo, a nord fa caldo. Complica ulteriormente la situazione il fatto che un caffè costa come un espresso preso in piazza San Marco a Venezia. A proposito, qualcuno dovrebbe dirlo a Cipriani che i suoi prezzi sono qui ricordati come noi ricordiamo i loro camion, terrificanti, grandi e illuminati, incombenti nella notte come cattedrali, incapaci di distinguere un uomo da un canguro.

Sia come sia, qui si canta la colomba e Rabagliati va ancora bene. Con la consapevolezza che l’evocazione s’è fatta abitudine, il rito ha perso forza e ora è ora serve solo una liturgia laica di portate: questo il principale motivo per cui i nostri vecchi, dignitosissimi signori veneti vengono agni giorno al Veneto Club a mangiarsi un risotto, farsi un partita a carte, bocciare il pallino. I loro figli non li seguono. I giovani discendenti della razza Piave non vengono al Veneto Club e la catena del sangue si è interrotta. Pensavo che l’identità veneta fosse come le strisce sulle zebre, indelebile, ma non è così: non c’è vocale, modo di dire o bestemmia etnica che resista alla forza in marcia, omologante e orgogliosa di questa giovane nazione. Alla periferia di Sydney vive nonna Romana, che a 93 anni ancora si fa tradurre dall’inglese per vezzo senile o caparbia resistenza ciò che suo figlio non ha mai imparato a tradurre: ti ho parlato a lui per telefono, in italiano non mi capiva, sosteneva di essere di Padova, ma non aveva un’idea precisa di dove fosse il Veneto. Così scolorisce la nostra cultura nel mondo rovesciato dell’Australia. Come è giusto che sia. La tradizione veneta vive il dilemma del prigioniero, per mantenersi deve opporsi al contagio e per sopravvivere vi si deve concedere e farsi militante: nel primo caso muore con i suoi sacerdoti, nel secondo muore con se stessa.

C’è un luogo simbolo che riassume tutto ciò. Se viaggiate da Malbourne verso Sydney sulla Pacific High Way, dopo aver passato aree di servizio, piazzole di sosta, canguri morti gonfi come palloni a marcire al sole, tra i consigli di non stancarsi al volante, i cartelli che ammoniscono sulla presenza della polizia e la sua capacità di applicare la legge, improvvisamente incontrerete quella che s’annuncia come una normale area di sosta “Little Italy”. Io ho inchiodato. Sono entrato. Era un’area di sosta come le altre ma più grande, un tempo vi sorgeva una comunità di trevigiani, ora è un santuario, un luogo sospeso nel tempo, svuotato dai suoi abitanti, morto, spettrale e accogliente dove è stata ricostruito con funerea fedeltà un insediamento veneto del 1885. Lì c’era e lì non c’è più. Esiste la sua commemorazione ed io mi sono sentito come l’americano Jonathan Safran Foer nel suo viaggio in Ucraina quando arriva in mezzo alla campagna e scopre cosa resta di Trachimbrod, il villaggio dei suoi bisnonni ebrei, niente altro che una scritta in bronzo in mezzo al grano. «Ogni cosa è illuminata». Perché è così che la luce di ciò che non esiste più mi è venuta incontro come una folla di anime. Si chiamavano Piccoli, Nardi, Garz, Roden e la loro storia va brevemente raccontata.

Partirono da Barcellona nel luglio del 1880, forse 400 forse 500, nessuno lo sa, pagando il biglietto a un nobile francese, il marchese De Rays, un mezzo sangue di origine inglese, avventuriero pazzo e visionario, nauseato della democrazia borghese, un idealista e un sognatore che voleva creare l’uomo nuovo e fondare la società di Utopia nelle isole Bismark, allora possedimento francese in Nuova Caledonia. Insomma era un pifferaio, diciamo un Grillo di allora. E anche un gran furfante. Non so come possa averli convinti, viaggio della speranza o metafora dei nostri giorni, sappiate comunque che finì male.

Scaricati in Nuova Caledonia, dopo tre mesi e mezzo, stremati, decimati dalle malattie e abbandonati a se stessi, raccolsero le forze e si rimisero in viaggio sulla stessa nave. Approdarono a Sydney. Erano i nostri Padri Pellegrini, l’America ha i suoi, celebrati e riveriti, sbarcati a Cape Cod con la Mayflower, noi abbiamo questi 217 trevigiani che 131 anni fa, per primi, raggiunsero l’Australia e dei quali non sappiamo neanche il nome della nave sulla quale viaggiavano. Ebbero fortuna, il governatore di Victoria, Sir Henry Parkes, impietosito, rilasciò loro il primo permesso di soggiorno che si conosca, perché - scrisse nel decreto - «non sono venuti su ordine del loro governo (in un paese di galeotti questo faceva la differenza), ma per le avverse condizioni al di fuori del loro controllo… restino e si comportino bene, altrimenti non dovranno aspettarsi altro aiuto».

I nostri coloni allevarono vacche, coltivarono i bachi da seta, costruirono un villaggio, si comportarono bene e ne fecero il loro shetetl e la loro Trachimbrod, fecero figli che andarono a combattere due guerre mondiali indossando la divisa dell’esercito australiano. Poi tutto è scomparso, la terra diventò arida, mi dicono, loro si dispersero. Di quella comunità non è rimasto niente. Se ne possono inseguire i nomi per tutta l’Australia, figli dei figli dei figli, classe dirigente integrata ora, australiani di antico lignaggio. Di loro rimane questa area di sosta, ai bordi di un’autostrada, con un piccolo museo, un ristorante, una stalla costruita come si immagina fosse l’originale. Ci sono le foto, gli attrezzi da lavoro. Al banco il personale serve spaghetti, tiramisù e lasagne. Ma nessuno parla italiano, nessuno che porti un cognome italiano. E a me è venuto il magone.

(2. continua)

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