Padova perde un bar su cinque in dieci anni, chiuse 119 attività: l’allarme dei commercianti

Dal 2015 al 2025 in città hanno abbassato la serranda 119 bar (-21,7%), soprattutto nelle periferie. L’Appe avverte: «Così Padova rischia di perdere identità e autenticità, servono incentivi per salvare i locali storici»

Felice Paduano
Un bar chiuso
Un bar chiuso

Negli ultimi dieci anni, tra il 2015 e il 2025, secondo i dati elaborati dal Centro studi Guglielmo Tagliacarne per conto della Fipe Confcom, solo la città ha perso 119 bar, pari al -21,7%. Uno su cinque.

Nel 2015 i bar erano 549 e alla fine del 2025 erano scesi a 430. Naturalmente anche gli anni del Covid hanno contribuito a incidere sulle chiusure. La percentuale delle serrande abbassate per sempre è stata del 18,8% in centro storico e del 25% nelle zone periferiche. Una vera Caporetto che neanche gli addetti ai lavori prevedevano con numeri così pesanti.

Positivi, invece, i dati che riguardano i ristoranti ed i locali per asporto. In città i ristoranti sono saliti da 363 a 376 (+3,5%) e i take away da 159 a 169 (+6,2%). «I dati che ci preoccupano di più sono quelli riferiti ai bar», osserva Federica Luni, presidente dell’Appe, «con questa moria si rischia di perdere l’identità del centro storico. Padova è una città sempre più attrattiva per il turismo e per gli studenti. Per questo dobbiamo salvaguardare i custodi dell’enogastronomia e della cultura dell’accoglienza. Ogni volta che un locale storico lascia il posto a un format standardizzato, a una catena, la città perde un pezzo della propria anima. C’è il rischio di trasformare Padova in una fotocopia di tante altre città europee».

Luni aggiunge: «Chi viene a visitare il nostro territorio cerca autenticità, tradizione e luoghi capaci di raccontare la storia di Padova e non insegne che potrebbe trovare identiche in tante altre città. I bar e i ristoranti tradizionali non sono solo attività economiche, ma luoghi d’incontro, punti di riferimento nei quartieri e presidio di socialità e sicurezza. Dove c’è un pubblico esercizio aperto e gestito con professionalità, c’è una città più vissuta e più sicura».

Forte il riferimento alla nuova legge sul commercio, che è in discussione in Regione e rischia di concedere ancora più spazio alle attività per asporto, che spesso non sono tali: «Rischiano di favorire un’ulteriore proliferazione di micro attività artigianali o commerciali che, pur svolgendo attività assimilabili alla somministrazione, operano secondo regole diverse». Infine, le esigenze dei gestori: «È arrivata l’ora di istituire agevolazioni, bandi e contributi per chi tutela e promuove l’accoglienza di qualità, i piatti tipici e i prodotti del territorio a km zero» conclude.

 

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