Difterite, allerta a Padova: l’Usl richiama le famiglie dei bambini non vaccinati

Dopo la morte di una bambina non vaccinata a Palermo, l’Usl 6 Euganea intensifica i richiami. A Padova 350 bambini sotto i due anni non hanno completato il ciclo vaccinale

Daniela Gregnanin
Vaccino per la difterite: richiami a Padova
Vaccino per la difterite: richiami a Padova

 

«La Regione sta sollecitando tutte le Usl affinché invitino i familiari dei bambini non ancora vaccinati contro la difterite a portarli nei distretti. Noi siamo partiti proprio in questi giorni con i più piccoli, quelli entro i 24 mesi di vita». Sone le parole di Lorena Gottardello, responsabile dell’unità Malattie infettive e vaccinazioni dell’Usl 6 Euganea a restituire il clima di attenzione che si respira tra le autorità sanitarie dopo la tragica morte nelle settimane scorse di una bambina non vaccinata a Palermo.

Allerta per la difterite

Un caso che ha fatto tornare la difterite al centro dell’attenzione nel nostro Paese. E anche a Padova dove nel 2025 i bambini che entro i due anni di vita non hanno terminato il ciclo vaccinale di tre dosi sono stati 350, mentre 5. 370 le hanno ricevute tutte.

Tra i 5 e i 6 anni 5.900 bambini (pari al 90%) hanno fatto il richiamo, mentre in 750 non si sono presentati. Al terzo richiamo, a 14 anni, 7.100 adolescenti hanno effettuato l’anno scorso il secondo richiamo (ovvero l’85%) mentre 1.250 non si sono fatti vivi.

Chi rifiuta il vaccino

«In Veneto e a Padova», spiega Gottardello, «risulta immunizzato circa il 95% dei bambini piccoli, mentre allo stato attuale circa il quattro percento rifiuta la vaccinazione senza reali motivazioni e circa l’uno percento non è vaccinato, perché non reperibile nel territorio regionale. Da prassi l’Usl manda una convocazione alla vaccinazione ai genitori dei bambini che hanno un mese di vita, perché la prima dose va somministrata tra i due e i tre mesi.

Successivamente la chiamata per la seconda dose avviene entro il quinto mese, mentre la terza somministrazione si esegue tra gli undici e i 12 mesi. A 5-6 richiamiamo i bambini alla vaccinazione con una nuova prima dose, mentre la seconda è rivolta ai quattordicenni», chiarisce l’esperta, «ovviamente speriamo sempre che i genitori rispondano al nostro invito, perché davvero come abbiamo visto fa davvero la differenza. Ricordo», evidenzia Gottardello, «che il batterio della difterite chiamato Corynebacterium Diphtheriae, è presente nella gola di portatori sani o ammalati e che si diffonde per via respiratoria.

Esistono due modalità di infezione: cutanea e respiratoria e la più grave è quest’ultima, che è causata dalla tossina prodotta dal batterio. In Italia grazie alla vaccinazione obbligatoria dal 1939, non vediamo quasi più l’infezione, ma in alcune aree del mondo: Sud-Est Asiatico, India, Indonesia, Filippine, Malesia, Nepal, Africa e Brasile è piuttosto attiva anche con epidemie. Ricordo che i soggetti non vaccinati sono ad alto rischio di contrarre la malattia, in particolare se di età pediatrica. Anche in Europa, principalmente in alcuni paesi dell’Est, ma anche in Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia, ogni anno, sono segnalati casi sporadici di difterite». Attualmente dal sito del Ministero della Salute, risulta che nel nostro Paese negli ultimi anni siano stati segnalati casi di difterite sia respiratoria che cutanea.

Rarissima a Padova

«Per quanto riguarda Padova, nella mia ormai lunga carriera non ho mai visto casi di difterite respiratoria», aggiunge la direttrice, «ricordo invece che nel novembre 2025 è stata ricoverata a Padova una bambina proveniente dall’estero con ferita infetta contaminata da Corynebacterium Diphtheriae e che anche il cugino risultava portatore sano faringeo del batterio. Tuttavia, il tipo di batterio non produceva tossine e i casi sono stati risolti con un antibiotico appropriato. Poi, nell’aprile 2026 è stata osservata in Pronto soccorso una persona italiana proveniente da altra regione con ferita contaminata dal batterio, fortunatamente non tossigeno».

Nei casi di difterite respiratoria e cutanea tossigena la prassi prevede l’isolamento che può essere interrotto dopo 14 giorni di terapia antibiotica o dopo due risultati colturali negativi su campioni appropriati, prelevati a distanza di almeno 24 ore e non meno di 24 ore dopo la cessazione della terapia antibiotica. Per familiari, conviventi e contatti stretti, invece è prevista la sorveglianza per 7 giorni dall’ultimo contatto con il paziente, con effettuazione di indagini di laboratorio per evidenziare eventuali portatori asintomatici. «Le modalità per combattere questa malattia sono la terapia antibiotica effettuata per tempo nei casi sintomatici e ovviamente il ciclo vaccinale completo che crea un’immunità duratura nel tempo e impedisce che il batterio si diffonda in una comunità», chiosa la direttrice.

 

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