Don Piero, il sorriso di Voltabarozzo

L’8 ottobre il parroco lascerà dopo 44 anni: «Mi davano del comunista, ma il nemico è la droga: ho visto morire troppi giovani»
«Vedremo se i “tuoi” comunisti ti difenderanno» gli intimarono i parrocchiani nel 1973. «So difendermi da me» fu la risposta di don Pierangelo Valente. E così ha fatto per ben 44 anni, difendendosi non tanto dai comunisti che aveva (sacrilegio) fatto entrare nel Consiglio pastorale, quando dai veri criminali. A cominciare dagli spacciatori, quando Voltabarozzo era crocevia di malavita, dalla droga alle armi tra Padova e il Piovese, ai tempi della Mala del Brenta. Lui, don Piero, come lo chiamano tutti, ha tenuto incontri sulla violenza e contro la droga e delle minacce di ritorsioni se n’è infischiato. «Ho visto morire almeno venti giovani caduti sotto l’incubo della droga», ricorda, «non avevo paura, ero solo indignato». E con quel carattere da montanaro ha rivoluzionato la parrocchia dei Santi Pietro e Paolo: diretto e forte, ma con un sorriso gioioso e un’esuberanza anticonformista che vince ogni reticenza. Era il 19 dicembre 1932 quando, a Cesuna, sull’altopiano di Asiago, veniva al mondo Pierangelo. Primogenito, dietro di lui tre fratelli, l’ultimo arrivato venti anni dopo. L’infanzia all’ombra della Seconda Guerra Mondiale. «Proprio poco prima della Liberazione», racconta il don, «una colonna militare tedesca fece tabula rasa a Cesuna, prendendo dieci capi famiglia, tra i quali mio padre, fucilandoli e bruciando le case. Mio padre si salvò miracolosamente, restando invalido di guerra senza un’occhio perché una pallottola gli aveva attraversato il cranio». Nel 1954, dopo il seminario a Thiene, viene ordinato sacerdote e il vescovo Bortignon lo manda al Carmine. Doveva rimanere un paio di mesi, è rimasto tre anni. Segue Arzarello: i parrocchiani, manco a dirlo, non vogliono lasciarlo andare, ma il vescovo ha deciso: il futuro di don Piero sarà Voltabarozzo. «Quando sono arrivato, ho trovato un quartiere di contadini, a volte rozzo, molto legato alle tradizioni e conservatore. Da una parte c’erano i comunisti e dall’altra quelli della Dc. Un paradigma che non ho mai accettato perché le persone non si dividono per partito. Ho passato anni bui e non certo per le divisioni politiche che mi facevano il solletico, quanto per l’acerrima violenza degli anni Ottanta». Però le battaglie politiche c’erano? «Eccome. Quando lasciai entrare questi “benedetti” comunisti nel Consiglio pastorale ricordo che quelli della Dc mi diedero l’ultimatum: 30 giorni di tempo per rimettere le cose apposto. Ho cacciato la sede della Dc dall’interno della parrocchia. Mi hanno tacciato di essere comunista, ma ero solo anticonvenzionale. Del resto il mio predecessore, don Antonio Peruzzo, mi disse, al mio primo giorno: ragazzo, io vado via per non morire. Ma tu hai un altro carattere». Il carattere del rivoluzionario. Senza eufemismi: la messa dei bambini, dal primo vagito agli 11 anni, quella delle 10.30, l’ha letteralmente creata don Piero: si balla, si canta, si battono le mani, si ride di gusto. I bambini sono i protagonisti, la celebrazione è interpretata con creatività, forse al limite dell’ortodossia, ma approvata dalla Diocesi. Il segno della pace diventa l’accoglienza; le preghiere dei fedeli le recitano i piccoli e l’offerta la portano sull’altare. Quelli che non fanno la Comunione ricevono il segno della croce sull’altare e, alla consacrazione, si fa un balletto africano, al quale don Piero, 85 anni da compiere, partecipa tutte le volte. E poi ci sono le mille e una attività di volontariato: la scuola di ebraico; il doposcuola; la Caritas; la ricerca di lavoro per i disoccupati; le missioni; i malati e gli anziani. E ancora la visita alle famiglie: sei mesi intensi, ma non si lascia nessuno indietro e i famosi campi scuola. Giudicati all’unanimità indimenticabili e con una dose di avventura che rasenta (di nuovo) il limite. Del resto il primo ad amare l’ebbrezza dell’avventura è proprio il sacerdote: si è arrampicato su quasi tutte le Dolomiti. Il Monte Bianco almeno 2-3 volte, fra le quali una a 25 gradi sotto zero. E poi il monte Kenya; il Gran Paradiso; il Monte Rosa. Non basta. È anche un don tecnologico che ha messo tutta la chiesa in “sistema”: tutto informatizzato, telecamere dappertutto, pass per entrare e uscire, schermo gigante per dir messa; wi-fi ovunque e pure il robot che gli pulisce casa. Il prossimo 8 ottobre le ultime messe e il 15 il passaggio di testimone con don Gianluca Bassan. Il quale ha una pesantissima eredità sulle spalle. Ma don Piero resta a Voltabarozzo, in una casa della parrocchia della quale gode dell’usufrutto e mette tutti in guardia. «Il nuovo parroco è don Gianluca, bravo e buono. Adesso tocca a lui».


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