Espulsi quarant'anni fa oggi una «rete» unita dall'amore per l'Africa

Italiani di Libia costruiscono una finta palma per la loro festa A destra la meridiana dedicata a Giuseppe Volpi a Tripoli
Italiani di Libia costruiscono una finta palma per la loro festa A destra la meridiana dedicata a Giuseppe Volpi a Tripoli
Gli italiani di Libia: sono migliaia. E i veneti di Libia: centinaia e centinaia. Formano una rete che non molti conoscono, attivissima, scoppiettante, entusiasta nel mantenere vivi i contatti: nonostante l'età media non sia esattamente da adolescenti.  Sono venuti via quarant'anni fa dalla Libia, nel 1970, quelli che erano ragazzini ora sono nell'età di mezzo, i loro genitori non sempre sono ancora al mondo. Tutti figli di coppie italiane, perché la legge coranica non permette alle donne musulmane di sposare un uomo di religione diversa, e un'italiana che si metteva con un libico era una rarità assoluta. Tutti, indistintamente, hanno nel cuore la terra dove sono nati: Tripoli, Bengasi, Tobruk, sono i luoghi della fanciullezza e dell'adolescenza, i primi sapori veri della vita, i ricordi più dolci e gli amori da ragazzi. Ma tutti «orgogliosamente italiani», come dice Paolo Cason. Gli altri confratelli lo chiamano "l'architetto" anche se non ha mai preso in mano un libro di architettura. Ma è lui che ha costruito il ponte tra tutti loro, è diventato il punto di riferimento, l'organizzatore di decine di incontri. Lui, italiano di Libia con genitori trevisani («la loro casa c'è ancora, ogni tanto vado a vedermela»): papà Lino che parte nel 1931, mamma Tosca che lo raggiunge nel '39. Vivono e si spostano in quella terra che prima è italiana e poi non lo è più: Bengasi, Derna, poi Tripoli. Un incidente sconvolge la famiglia: Lino incappa in un reticolato, si ferisce gravemente, gli amputano le gambe. Ma restano in Libia fino a quel brutto 1970: dopo il suo colpo di Stato, il colonnello Gheddafi scaccia gli italiani, tutti. Fino ad allora, i Cason e gli altri vivono una vita senza scosse. Gli italiani stanno un po' per i fatti loro, ma sono accettati, gli arabi non fanno pesare gli anni del colonialismo che, soprattutto agli inizi, è stato anche brutale. Ci sono relazioni normali, nessuna discriminazione, nessun senso di superiorità, da una parte e dall'altra.  Ovvio, gli italiani vanno alla scuola italiana, si trovano la morosa e il ragazzo nella comunità, vivono in gran parte tra loro: ma parlano tutti l'arabo, hanno frequentazioni con i libici, finchè c'è il regno senussita stanno bene. Poi Gheddafi: all'inizio sembra non cambiare nulla. Anzi, agli italiani vengono addirittura rivolti elogi: non hanno ostacolato nulla, hanno tenuto i negozi aperti... L'atteggiamento della comunità è di stare a vedere quello che succede, con un fondo di menefreghismo: basta che li lascino in pace. In genere è media borghesia, commercianti, i contadini degli anni del colonialismo se ne sono già andati via tutti, per le condizioni troppo dure. Gli italiani sono nelle città, quasi confusi con i locali, con una seconda generazione che è nata lì e lo sente. Ma nell'anniversario della battaglia di Misurata cambia il vento: Gheddafi si scaglia contro gli italiani, i rivoluzionari lanciano slogan anche palesemente falsi, tipo «non parlate arabo». Cominciano le angherie: difficoltà burocratiche di ogni tipo, insulti, c'è chi sputa loro addosso.  Ricorda Paolo Cason: «Ma gli anziani ci proteggevano, c'erano consolidate relazioni di buon vicinato. Mia madre continuava a dare consigli medici alle donne libiche». Niente, crolla tutto. La rivoluzione manda via subito gli inglesi, mai sopportati. Manda via gli americani, con la loro base. Ultimi, ma manda via anche gli italiani. Prima li espropria, con una sottile cattiveria: «Non è più tuo, ma ne sei il custode per il popolo libico». Così le case, così la terra che doveva essere coltivata per poi consegnare i prodotti ai libici. Gli italiani potevano vendere le loro proprietà, ma ai libici era vietato comperarle: una beffa. Nessun italiano è riuscito a vendere. Poi l'espulsione: non si poteva portare con sé né oro né soldi, vietate le fotografie della guerra. Gli italiani hanno lasciato tutto, molti anche un pezzo di cuore. Con qualche amarezza aggiuntiva. Perché, per esempio, un paio di giornalisti de l'Unità, ammaliati dai programmi di Gheddafi, si chiedevano nei loro articoli «come mai in un Paese così rivoluzionario il colonnello permetteva i residui del cancro italiano». Ma gli italiani di seconda generazione, giovani con meno di trent'anni, di fascismo non sapevano proprio nulla. Né vissuto né quasi mai respirato. Piuttosto, si sentivano sempre comunque italiani. Nel 1960 l'incrociatore Montecuccoli attraccò a Tripoli, ed ogni famiglia italiana ospitò per qualche giorno un marinaio dell'equipaggio. Nel 1970 - ricorda Cason - «guardavamo il mare aspettando qualche unità italiana, magari il Montecuccoli». E invece niente, il governo italiano non manda nessuno: «Ci siamo anche pagati il biglietto della nave».  Con il 1970, si volta pagina, e si ricomincia in Italia. Sono più di ventimila, gli italiani che tornano senza nulla. Molti diventano "fascisti" allora, soprattutto perché è il Movimento sociale l'unico partito ad interessarsi a loro: passa una legge che dà 500 mila lire ad ogni capofamiglia. Ma c'era una minoranza che Cason definisce "socialcomunista", forse i più poveri tra questi nuovi poveri. Comunque gli italiani di Libia si sparpagliano per l'Italia ma si organizzano tra loro da subito. Quarant'anni dopo la rete rimane. Senza nostalgie politiche, ma con una nostalgia più grande: quella della terra dove si è nati, che li lega e si sovrappone a tutto il resto. C'è il sito di Paolo Cason (www.paolocason.it) a far da catalizzatore; c'è anche il sito degli ex allievi dei Fratelli delle Scuole Cristiane di Tripoli e Bengasi, i lasalliani (www.exlalialcollelasalle.it), attivo soprattutto nel Lazio e di impronta cattolica.  «Guai a chi ci tocca l'Italia» dice deciso Paolo Cason, che però apre il suo sito con una frase di Euripide: «Non c'è dolore più grande della perdita della terra natìa». Così chi può torna per qualche giorno in Libia, magari per sentirsi dire: «Parli l'arabo di 50 anni fa». In questi giorni stanno incollati alla tv, molti seguono i notiziari in arabo: è anche un pezzo della loro storia che sta cambiando. E non pronunciano il nome di Gheddafi: i veneti di Libia che abbiamo sentito dicono «lui», come perdurasse un'immanenza funesta. Luciano Genovese, a Vicenza, è esplicito: «per noi quella persona non esiste». Ma nessuno ha rancore nei confronti della Libia: non si può odiare la propria giovinezza. Dicono: «siamo consapevoli che non ci ha mandato via il popolo». Chi ci torna, riallaccia rapporti, rivede amici: una specie di mal d'Africa, ma quella costiera.  E mentre la Libia in questi giorni esplode, i veneti di Libia si trovano e fanno festa. Era programmata da tempo, non c'entra con questa seconda rivoluzione. Corrono a ritrovarsi: il primo ristorante prenotato non è bastato, hanno dovuto cambiarlo e chiudere le prenotazioni. «Siamo già 250 - dice Luciano Genovese, l'organizzatore - dove andiamo se siamo di più?». Si troveranno il 28 maggio vicino ad Alte Ceccato, in provincia di Vicenza, una maxi sala sopra un bowling. Un tuffo nel passato nel bel mezzo di una vita italiana: «Ma quando ci troviamo, ci salutiamo dicendo salamalek in arabo». Càpita che parlino in arabo tra loro, complice anche l'atmosfera. Il menu è libico, in ogni particolare: subito sorba, un brodino speziato di agnello, poi salsicce di agnello, polpettine in foglie di vite e una quantità di dolci. Arriveranno da tutto il Veneto: 95 solo da Padova; ma i veneti di Libia per questo raduno si muoveranno anche da Londra, dalla Svizzera, dalla Francia.  Ci sarà, manco a dirlo, "l'architetto" Paolo Cason, e un paio di sorprese, nel senso di personaggi. Uno è Claudio Gentile, famosissimo ex terzino della Juventus ora nello staff della Nazionale: non è veneto, ma è nato in Libia, ex allievo di La Salle. L'altra sorpresa? Sarà ancora più grossa, dal sorriso di Genovese: «Lasciatecela). Ma la sorpresa più grande sarebbe che, il 28 maggio, «lui» fosse sparito dal panorama della Libia.

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