Frei Giorgio, domenicano di rabbia e di coraggio

Un veneziano in Brasile, torturato per la sua opposizione alla dittatura a fianco dei poveri delle favelas. sempre e comunque contro l’indifferenza
Autosave-File vom d-lab2/3 der AgfaPhoto GmbH
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di Vera Mantengoli

VENEZIA

Pochi credono che versare una goccia nel letto di un fiume asciutto possa riportare in vita la corrente. Molti sorriderebbero di fronte a chi ci prova. Altri non prenderebbero neppure in considerazione un tale tentativo. Se poi l’esperimento funzionasse si penserebbe a un caso isolato: mica capita a tutti, sarebbe il commento. Eppure la storia del frate Giorgio Callegari, raccontata nel libro La Rabbia e il Coraggio della Marcianum Press dall’insegnante Umberta Coltella Tommasi, dimostra non solo che è possibile, ma anche che tutti possono (o devono?) provarci.

Un’affermazione amara che sfiora il rimprovero per chiunque sia abituato a delegare la responsabilità della propria vita agli altri. Una provocazione tagliente per chi addirittura è tentato di delegarla a Dio, quella presenza ultraterrena utilizzata «come appiglio o tappabuchi». La storia del domenicano veneziano, nato a Castello nel 1936 e morto a São Paolo in Brasile nel 2003, fondatore di una struttura di supporto per la popolazione delle favelas brasiliane chiamata Colonia Venezia, è una storia nella storia. È la storia di una personalità che ha cambiato il mondo nonostante la tortura, la corruzione, l’isolamento. È una storia politica, ma politica nel senso più autentico del termine. Una di quelle storie che restituiscono valore a ogni azione dove il possibile diventa il necessario e il necessario diventa il richiamo a cui tutti sono tenuti a rispondere. Tutto comincia in una Venezia/Italia reduce dal fascismo e divisa tra chi appoggia la democrazia cristiana e chi sostiene i socialisti. Non ci sono vie di mezzo, soprattutto per uno come Giorgio dal carattere irruento, impulsivo, passionale e idealista. Ciò che sa di comunismo è per lui brutta aria. L’unico angolo di conforto è la Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo dove Giorgio trascorre molto tempo fino a quando si decide a partire per il Brasile, negli anni Sessanta.

La sua scelta è dettata da un’urgenza politica, quella di difendere i più deboli e di denunciare l’abuso di potere. Sullo sfondo di un’America Latina segnata dalle dittature più sanguinose, dove la pratica della tortura raggiunge una spietatezza inimmaginabile, Frei Giorgio (in portoghese frate) diventa un punto di riferimento per la difesa dei diritti, incoraggiata dagli esponenti della teologia della liberazione. Il libro si legge tutto d’un fiato perché racconta l’aspetto più umano e tormentato di un uomo fatto di «rabbia e coraggio», non tralasciando il contesto storico. Sotto tortura si domanda: «Io, chi sono?». Tra le pareti della cella della prigione di Tridentes, dove viene rinchiuso, comprende le parole un tempo oscure di Dietrich Bonhoeffer, il teologo disposto a partecipare all’assassinio di Adolf Hitler. Il Dio che il luterano smaschera è un Dio interessato soltanto al destino delle anime, lontano dal sangue che scorre sulla terra. In carcere sente che la forza più grande risiede nell’uomo e nella responsabilità che ha nei confronti degli altri esseri umani. Quando viene liberato, in quanto straniero, è deciso a non mollare più la sua battaglia. È una lotta dura, combattuta in una solitudine estrema, quella di Frei Giorgio: in Brasile è perseguitato dalle Squadrone della Morte, in Italia viene considerato un comunista, per l’Ordine Domenicano diventa un problema per il suo carattere che non dà tregua a nessuno. Così paga il prezzo di un costante isolamento, trovando conforto nelle lettere di un amico veneziano, Mariano Baldo, al quale scrive continuamente. Nonostante le difficoltà Frei Giorgio si porta nel cuore Venezia e la sua bellezza, tanto che decide di costruirne una con le sue mani. Proprio su una palude, a 100 chilometri dalla capitale, nei pressi di Peruibe, inizia un’operazione di bonifica del territorio per costruire una casa di accoglienza, ancora oggi attiva (www.amicicoloniavenezia.org).

Dal “letame” nascono i fiori, ha scritto De Andrè. La raccolta disperata di fondi dà i suoi frutti, anche grazie agli Amici della Colonia Venezia, nello specifico a Giovanni e Anna Maria Gabrieli che partecipano attivamente alla raccolta del denaro per costruire una struttura capace di ospitare i bambini delle favelas. Nei loro viaggi si portano anche il figlio Santino che trova in Brasile la sua dolce metà con la quale vive oggi in Giudecca. La speranza di Frei Giorgio raggiungendo anche Milano dove la sua missione viene conosciuta da Roberto Corradini e Marcello Rossi. I due partono e aiutano il frate a costruire una chiesa in ricordo della Chiesa della Salute. Per abbellire la Colonia Venezia si aggiungono alle pareti anche decorazioni di maschere, gondole e perfino un bel Leone di San Marco in refettorio!

«Frei Giorgio non avrebbe mai voluto che la sua storia fosse raccontata pensando a un tempo passato - racconta l’autrice alla presentazione del libro, svoltasi ieri all’Ateneo Veneto - perché ha sempre ritenuto il Brasile il continente della re-distribuzione della speranza e oggi si vedono i primi germi». L’autrice, ex insegnante ora a capo di un Istituto per la Cultura Economica a Lecce, ci ha messo quattro anni a raccogliere tutte le lettere e le testimonianze della vita del frate, oggi digitalizzate e disponibili per essere consultate.Una vita così può sembrare una goccia di acqua pulita in un mare inquinato, ma vivere significa essere partigiani, diceva Frei Giorgio ricordando le celebri parole di Gramsci nel suo discorso passato alla storia: «Odio gli indifferenti».

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