Gini, la riscoperta del genio che rivoluzionò la Statistica

Una mostra a Treviso e una targa a Motta di Livenza, suo paese natale A cinquant’anni dalla morte tributo allo studioso a lungo dimenticato
Di Susanna Zaccarin *
a group of human shapes connected by lines --- Image by © Volker Möhrke/Corbis
a group of human shapes connected by lines --- Image by © Volker Möhrke/Corbis

di SUSANNA ZACCARIN *

Al Festival della Statistica e della Demografia, la cui prima edizione si è da poco tenuta a Treviso, a Palazzo dei Trecento sono state ospitate due mostre: in anteprima quella dedicata a Corrado Gini, la seconda incentrata su Bernardo Colombo, professore di Demografia e di Rilevazioni statistiche ufficiali all’Università di Padova. Bernardo Colombo è stato, nel Veneto, uno dei successori e forse il più ideale, di Corrado Gini: completò quanto da lui avviato all’Università di Padova dove, all’inizio degli anni ’20, Gini istituì il Gabinetto divenuto poi Istituto autonomo di Statistica. Nel 1968, Colombo fondò la Facoltà di Scienze Statistiche.

Trevigiano, nato a Motta di Livenza, Gini era professore ordinario a soli 26 anni: a un’età in cui ora, e allora, la maggior parte degli studenti universitari consegue al più la laurea, aveva prodotto idee, contributi e metodi innovativi tali da conquistare il ruolo più elevato e più prestigioso per un docente universitario. Eppure ancora adesso, a Motta, pochi hanno avuto occasione di collegare la sua storia al nome della via a lui intitolata. La ragione sta nel fatto che Gini non è uno storico, un educatore, un pittore: è uno statistico. La sua genialità, la sua eccellenza e capacità di innovazione riguardano la Statistica, seppure nella sua accezione più ampia possibile e declinata nelle sue applicazioni alla economia, alla sociologia, alla demografia, alla genetica, alla biologia. La Statistica è una scienza che era, e spesso è ancora, poco conosciuta, cosa per addetti ai lavori, noiosa e, a dir poco, anche triste, ancora più dell’Economia.

Gini si laurea in Giurisprudenza, una delle poche facoltà con insegnamento obbligatorio di Statistica (ora non più, quasi ovunque) con una tesi di laurea in Statistica. Non è interessato al diritto, ma si avventura in una strada non nota ai più, in una scienza che si nutre di matematica e calcolo delle probabilità ma non è nessuna delle due. Cosa è allora? È la scienza che studia come trasformare informazioni in conoscenza, valutando l’affidabilità delle informazioni. E per attuare questa trasformazione tratta l’aspetto essenziale dell’universo: il caso, elemento chiave nell’analisi dei fenomeni che ci circondano. È la scienza, e l’arte, di apprendere dai dati in condizioni di incertezza.

I risultati di studi statistici influenzano le nostre vite molto più di quanto si pensi: il cibo che mangiamo, i motori di ricerca web, l’organizzazione di un sistema sanitario, le previsioni del tempo e dei cambiamenti climatici, le valutazioni di rischio di malattia, l’efficacia e la sicurezza dei farmaci, i prezzi delle assicurazioni, i test del Dna nei tribunali sono solo alcuni esempi.

Con la Statistica apprendiamo su ciò che non possiamo osservare, usando i dati su ciò che siamo in grado di osservare. Il ragionamento statistico e i suoi metodi ci avvolgono e ci coinvolgono: ogni cittadino, con gli eventi che lo riguardano, costituisce la fonte.

Gini aveva colto tutto questo e ne ha fatto la sua ragione di vita. Citando le sue parole: «La statistica non è pessimista né ottimista. Non può servire a tesi preconcette. Il suo segno deve essere quello della piena verità: piacevole o spiacevole che sia».

Gini ha portato il suo contributo innovativo in molti ambiti del sapere scientifico: dalla statistica metodologica a quella ufficiale, nella demografia, sociologia, economia e anche antropologia. Non solo come studioso ma anche mostrando capacità organizzative e gestionali fuori dal comune. Ha condotto studi, indagini e proposto metodi ancora di uso corrente: gli studenti di statistica già al primo anno si imbattono nell’indice di eterogeneità di Gini. Già nei primi anni del ’900, Gini è protagonista principale, con un’altra manciata di giovani e meno giovani statistici italiani, di un grande rinnovamento di questa scienza in Italia, fornendo rilevanti contributi a tutti i temi “caldi” dibattuti: dai fondamenti della statistica e della probabilità, alla correlazione e concentrazione, alle misure del reddito nazionale.

È possibile tracciare anche un collegamento con un altro italiano, a un altro statistico e probabilista illustre: Bruno de Finetti, riconosciuto padre dell’approccio soggettivista alla probabilità. Si dice che fu lo stesso Gini a volere all’Istat Bruno de Finetti e dal 1927 al 1931 vi fu un incrocio fugace ma significativo di due delle più grandi menti italiane dello scorso secolo. Un po’ più avanti, negli anni ’40, Gini polemizza e discute con Luzzato Fegiz, triestino, fondatore della Facoltà di Economia di Trieste e della Doxa, di un tema attualissimo, quello dei sondaggi di opinione, rilevandone la grande importanza ma anche i pericoli.

Ma il suo più noto contributo resta legato alla complessa questione della misura della disuguaglianza attraverso un indice - “indice di concentrazione di Gini”, appunto - conosciuto e usato in tutto il mondo. Con questo, fornisce un importante strumento di misura della distribuzione dei redditi e della ricchezza in generale di un paese o tra gruppi di popolazione che, come sappiamo è il problema del nostro tempo. Le disparità sociali sono aumentate ovunque e la distribuzione non è diventata più equa. È proprio guardando a tale indice che Barack Obama ha rilevato che «income inequality is the defining issue of our time», la disuguaglianza nei redditi è la questione dirimente dei nostri tempi. Che riguarda ciascuno di noi e alimenta i movimenti di popolazione che tanta preoccupazione destano e che è all’origine di molte delle preoccupazioni per la crescita economica in Europa e nel mondo.

L’intuizione di Gini nel proporre il suo indice è quella di fornire una valutazione quantitativa e quindi oggettiva della disuguaglianza.

Certo per lungo tempo la figura di Gini è stata giudicata controversa, come è accaduto a molti di coloro che svolsero la loro opera di innovatori durante il ventennio fascista. Non so se questo sia stato uno dei fattori che ha fatto sì che Corrado Gini, il suo valore, la sua fama fossero confinate al manipolo degli specialisti di statistica e demografia. Certo, ora, a cinquanta anni dalla sua scomparsa e mentre una targa alla memoria viene apposta nella sua città di nascita, possiamo indossare gli occhiali della storia e guardare tutti a Gini per riconoscerne appieno la grandezza e il valore.

* direttore

Dipartimento di Economia

Università di Trieste

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