Tre amici padovani in bici fino a Finisterre: «Sfiniti, ma è stata un’avventura unica»

Edoardo Franceschi, Giovanni Rigoni e Francesco Vanin sono partiti da Brusegana per raggiungere la Spagna. In totale, circa 2.500 chilometri: «Siamo arrivati sfiniti»

Rocco Currado
I tre amici durante l’impresa di Padova-Finisterre in bicicletta
I tre amici durante l’impresa di Padova-Finisterre in bicicletta

La sveglia suonava presto. Una colazione veloce, la tenda da smontare, le borse da sistemare sul telaio e poi in sella. Ogni mattina la stessa routine, per diciotto giorni. Il primo agosto Edoardo Franceschi e Giovanni Rigoni, entrambi 23 anni e padovani, e Francesco Vanin, 25 anni, di Santa Maria di Sala, sono partiti in bicicletta da Brusegana con una meta precisa: Finisterre, in Spagna. In totale, circa 2.500 chilometri.

Un viaggio costruito chilometro dopo chilometro. «Ci siamo fatti la pianura padana fino a Torino, quasi tutta lungo la statale. Di ciclabili ce ne sono poche: è stata un po’ una tortura».

Poi la strada ha cominciato a salire. Val di Susa, Bardonecchia e il confine francese. Da quel momento il percorso è diventato più panoramico. La Provenza, tra campi di lavanda e piccoli borghi medievali, prima di raggiungere Montpellier e la costa mediterranea.

Da lì i Pirenei, fino all’imbocco del Cammino francese di Santiago. Poi Pamplona e la lunga traversata delle mesetas spagnole. Santiago non era però la fine. «Siamo arrivati a Santiago, ma poi abbiamo proseguito fino all’Atlantico, a Finisterre».

E proprio durante il viaggio è arrivato uno degli spettacoli più inattesi: l’eclissi totale. A Santo Domingo de la Calzada hanno trovato il punto in cui il fenomeno ha raggiunto il 100 per cento.

«Incredibile, meraviglioso», raccontano i giovani che fanno parte della squadra TrueHardcoreCycle di Mirano e durante l’anno partecipano a gare e organizzano regolarmente uscite in bici.

Ma pedalare circa 140 chilometri al giorno, senza giorni di riposo, è un’altra cosa. «Siamo arrivati sfiniti». Anche il bagaglio è stato studiato nei minimi dettagli: tenda, materassino e tutto il necessario per dormire viaggiavano sulle biciclette, dentro borse fissate al telaio. «In tutto, esclusa la bici, circa sette chili a testa», spiegano, «ogni grammo conta, ogni cosa deve avere più utilizzi, bisogna ottimizzare lo spazio».

Le giornate iniziavano tra le 6 e le 7. Alle 8 si partiva, poi una breve sosta ogni due ore per mangiare qualcosa. Intorno alle 16 si cercava un campeggio o un ostello per pellegrini. Il vero nemico è stato il caldo. «Il bel tempo ci ha accompagnati quasi sempre, con poche giornate di pioggia, ma le temperature percepite hanno raggiunto i 46 gradi», dicono i tre amici che per trovare sollievo hanno dovuto ricorrere al ghiaccio secco sul collo e sotto la maglietta.

Le gravel hanno fatto il resto. Bici pensate per stare a metà tra strada e sterrato, con un’impostazione da corsa ma ruote più larghe. Gli inconvenienti? «Qualche foratura e qualche problema con le pastiglie dei freni». La convivenza? «Meglio del previsto», rispondono, «cantavamo, parlavamo, ascoltavamo musica, poi c’erano momenti di silenzio, quando eravamo veramente distrutti».

Qualche battibecco e molte prese in giro, ma niente di serio: «Siamo rimasti uniti». Curiosità? «Durante il percorso abbiamo incontrato moltissimi veneti. Ci riconoscevamo dall’accento».

Adesso le biciclette sono tornate in garage. «Avremo perso tre o quattro chili». Ma l’avventura non sembra davvero finita. «C’è un po’ di malinconia, ma pensiamo già alla prossima avventura». Del resto alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare…

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova