Il muro di via Anelli trasformò Zanonato in sceriffo «Per la sinistra fu un punto di svolta»

PADOVA. «Il muro di via Anelli mi consentì di entrare in sintonia con una parte rilevante della città con la quale la sinistra aveva difficoltà a dialogare. Ma sono convinto che oggi, a causa della debolezza dei partiti, un’azione di quel tipo sarebbe difficile da portare a termine».
Video. La demolizione del famigerato muro
Flavio Zanonato sarà presente in via de Besi per assistere alla demolizione di quel “muro” che nell’agosto del 2006 portò la sua amministrazione sui telegiornali di mezzo mondo e lo trasformò nel primo “sindaco sceriffo” di sinistra. Zanonato raccolse il consiglio di Andrea Micalizzi, oggi vicesindaco e allora giovane presidente di quartiere, di realizzare una barriera per impedire il passaggio dei pusher o della droga. A cogliere la palla al balzo fu l’allora governatore Giancarlo Galan che per primo parlò di «Padova come Berlino».

In fin dei conti la sparata di Galan contribuì a far capire che la sinistra non aveva più paura di prendere scelte forti sul tema della sicurezza.
«A cose fatte si può dire che tutta quella vicenda mi ha permesso di aprire un dialogo con una parte della città che ci guardava con diffidenza. All’epoca il tema della sicurezza era fondamentale e poteva anche decidere l’esito delle elezioni. Sul sindaco, che ha scarsi strumenti per contrastare il degrado, si concentrano tutte le istanze dei cittadini. Ecco tutta la vicenda di Anelli mi permise di capire che alla gente interessa essere compresa nelle sue insicurezze e paure. E quella risposta forte mi fece entrare in sintonia con loro».
E in quell’occasione venne per la prima volta definito sceriffo un sindaco di sinistra.
«Va però specificato che nell’opinione comune quel muro era una recinzione perimetrale di tutto il ghetto. Ma non era affatto così. La lamiera era solo da un lato. Ripensandoci poteva essere comunicato in modo diverso, anche se è vero che è passata l’immagine di un sindaco di sinistra che aveva risolto un grave problema di spaccio che attanagliava la città».

E dal punto di vista politico spiazzò anche il centrodestra che sul tema della sicurezza si trovò con armi spuntate.
«Con quella operazione riuscimmo a mettere insieme due mondi che di norma chiedono cose diverse. Da un lato chi chiedeva una maggiore sicurezza e dall’altro chi aveva una visione più solidaristica. Quindi era complicato accusarci di aver fatto un’operazione di destra quando l’assessore era Daniela Ruffini oppure di restare immobili quando ci dicevano che avevamo addirittura tirato su un muro».
Secondo lei oggi sarebbe possibile un’operazione di quel genere?
«Sarebbe molto difficile anche a causa della debolezza dei partiti che, all’epoca, garantirono una connessione anche con il governo a Roma. In quei mesi venne in sopralluogo anche l’allora ministro Paolo Ferrero che era di Rifondazione comunista. È evidente quindi che i partiti permisero di organizzare tutti gli interessi attorno al progetto creandogli attorno il necessario consenso. Certo poi noi intervenimmo perché la situazione si era fatta ormai complicata. Un intervento a freddo non sarebbe riuscito neanche a noi».
Ora siamo nel pieno dell’emergenza sanitaria, ritiene che il tema della sicurezza tornerà ad occupare l’agenda dell’amministrazione una volta messa alle spalle la pandemia?
«Credo che sarà un po’ ridimensionato dal punto di vista del degrado. Temo che torneranno soprattutto le preoccupazioni legate al terrorismo islamico». —
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