Crisi in Medio Oriente, tremano le imprese padovane: fino a 1.500 euro di rincari a trimestre

La stima del Consorzio APE che ha simulato l’impatto dei possibili rincari su alcune attività del mondo artigiano. Si teme soprattutto l’aumento dei costi per l’energia. Montagnin (Cna): «Potremmo entrare in una fase di stagflazione»

Un operaio al lavoro in un'azienda metalmeccanica
Un operaio al lavoro in un'azienda metalmeccanica

Venti di guerra, le aziende padovane ora temono i rincari. A partire dal secondo trimestre del 2026, quindi da aprile, il costo di gas ed elettricità potrebbe aumentare in modo significativo, con rincari stimati mediamente del 58% per l’energia elettrica e del 70% per il gas. In termini concreti, per molte aziende questo si tradurrebbe in un aggravio di spesa che può andare da circa 500 a oltre 1.500 euro a trimestre, a seconda della tipologia di attività e dei consumi.

A stimarlo è il Consorzio APE, il consorzio per l’acquisto di energia promosso da Cna e attivo in quattro regioni italiane – Veneto, Province autonome di Trento e Bolzano, Piemonte Nord e Friuli Venezia Giulia – che riunisce migliaia di imprese artigiane. Il consorzio ha realizzato una simulazione prudenziale per valutare l’impatto dei possibili rincari su alcune attività rappresentative del mondo artigiano.

L’analisi ha preso in considerazione una piccola impresa metalmeccanica con sei o sette dipendenti e altrettante macchine a controllo numerico, un’autocarrozzeria artigiana senza cabine di verniciatura a forno e uno studio di estetica con tre o quattro dipendenti e altrettante cabine abbronzanti. Anche mantenendo ipotesi di prezzo relativamente caute – circa 16 centesimi al kilowattora per l’elettricità e 70 centesimi per Smc per il gas naturale – l’impatto sarebbe già significativo. Nel solo secondo trimestre dell’anno una piccola azienda metalmeccanica potrebbe arrivare a sostenere quasi 1.500 euro di costi aggiuntivi, mentre l’aumento si aggirerebbe attorno ai 350 euro per un’autocarrozzeria e ai 450 euro per un centro estetico.

Si tratta però di stime prudenziali. Il prolungamento del conflitto in Medio Oriente, l’eventuale allargamento delle tensioni nell’area e le ripercussioni sui mercati finanziari potrebbero infatti far crescere ulteriormente i prezzi dell’energia. Secondo diversi analisti il costo dell’elettricità potrebbe superare i 20 centesimi al kilowattora, mentre il gas naturale potrebbe arrivare a quotazioni anche due o due volte e mezzo superiori rispetto ai livelli attuali.

Gli effetti della crisi energetica non riguarderebbero soltanto le imprese. Nei giorni scorsi diverse associazioni dei consumatori hanno stimato che le famiglie italiane potrebbero trovarsi a pagare tra i 550 e i 600 euro in più all’anno per le bollette. Sul fronte dei trasporti, invece, Cna nazionale ha calcolato che un tir che percorra circa 100 mila chilometri l’anno potrebbe subire un aumento dei costi energetici di oltre 2.400 euro, cifra che potrebbe crescere fino a 13 mila euro e oltre se la guerra dovesse protrarsi a lungo.

«La situazione è difficile e già la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha ricordato che in soli dieci giorni di guerra l’Unione europea ha speso oltre 3 miliardi di euro in più per l’energia», spiega Luca Montagnin, presidente di Cna Padova e Rovigo. «Se fosse soltanto una questione di prezzi dell’energia, probabilmente le nostre imprese avrebbero la forza di assorbire l’ennesimo colpo, almeno nel breve periodo. Il problema è che questi rincari arrivano in un contesto già molto complicato».

Secondo Montagnin, infatti, l’aumento dei costi energetici si somma ad altri fattori di pressione per il sistema produttivo: dalle tensioni commerciali e dalle politiche dei dazi all’aumento generalizzato delle materie prime, dalla stagnazione del settore edilizio alle difficoltà di accesso al credito, fino a un export meno dinamico e al rischio di una nuova fiammata inflattiva. «Il rischio – conclude – è quello di trovarsi di fronte a una nuova tempesta perfetta che potrebbe portare molte imprese a fare ricorso in modo più massiccio agli ammortizzatori sociali o, nei casi peggiori, a chiudere l’attività. Potremmo entrare in una fase di stagflazione, cioè stagnazione economica accompagnata da inflazione alta, che i governi dovrebbero cercare di scongiurare con interventi straordinari. Noi imprenditori abbiamo bisogno di una politica capace di sostenere lo sviluppo e non di una politica incapace di diplomazia e sorda alle esigenze delle imprese».

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