Incredibili quegli anni Parigi tra le due guerre nido delle avanguardie

Giorgio de Chirico, «Due figure mitologiche», olio su tela del 1927
Giorgio de Chirico, «Due figure mitologiche», olio su tela del 1927
Selezionando 86 opere Simonetta Fraquelli, Maria Luisa Pacelli, Susan Davidson hanno deciso di raccontare a palazzo dei Diamanti di Ferrara l'arte e la cultura a Parigi negli anni successivi alla Grande Guerra. Parigi in quel periodo è la capitale artistica in assoluto dove trova spazio una molteplicità espressiva molto articolata.  Se da un lato c'è chi vuole lasciarsi alle spalle il passato. Iniziare da zero. Dall'altro si va alla ricerca di un nuovo ordine fondato sulla tradizione.  Nella capitale francese si incontrano le avanguardie artistiche americane ed europee che hanno impresso il loro marchio nella storia del Novecento. La collettiva organizzata da Ferrara Arte vuole ripercorrere quel periodo unico mediante dipinti sculture costumi teatrali fotografie ready made. Collettiva che si apre con le opere di due impressionisti ancora attivi nel primo dopoguerra. Renoir con i nudi possenti della sua maturità. In mostra è presente La Fonte, classica nelle forme e nell'esuberanza delle carni. E Monet che ripete il tema del ponte giapponese. Le cromie si alterano si addensano approdando a risultati incupiti. Quasi astratti. Nella seconda sezione spiccano: Modigliani, con un morbido intenso voluttuoso nudo sdraiato, insinua nell'osservatore una misteriosa sensualità; Chagall con il suo coloratissimo gallo cavalcato da un giovane sognante sembra pronto alla lievitazione delle figure. I suoi personaggi assumono torsioni estreme ma non perdono la loro consistenza; e Tamara de Lempicka, magnifica interprete del gusto déco.  Nella terza, L'attrazione del Sud, troviamo Bonnard e Matisse che condividevano la passione per la costa mediterranea e l'esuberanza della natura. Nel «Nudo su sfondo giallo» del 1924 del primo, il corpo della modella, dal volto seminascosto, è un corpo/pretesto da concretizzare in una massa colorata. Ciò che emerge è la pittura. Un campo cromatico che diventa protagonista della tela. Matisse non ha permesso che nulla della follia del mondo penetrasse nella sua opera. Nel suo bronzo «Nudo disteso II» ripropone il dialogo con Michelangelo, tema dominante della recente mostra di Brescia.  Nel quarto ambito, l'evoluzione del cubismo, c'è posto per Fernard Léger. Per lui l'arte in sintonia con l'era delle macchine deve essere pura e semplice. Fredda e piatta. Ne «Il tavolino rotondo» di Braque del 1928 prevale la regola che controlla l'emozione. Lo spagnolo Juan Gris si avvicina al cubismo a partire dal 1911. Il suo «Arlecchino» è impostato secondo criteri geometrici e matematici. Ogni tanto si incontra una creazione di Calder. Il «Senza titolo» è da ammirare nella sua semplicità. Come riesce a creare un volto con il filo di ferro. Un'intera sezione della rassegna è dedicata alle creazioni dell'olandese Piet Mondrian. Fu quest'ultimo a inventare il termine neoplasticismo ritenendo che alla pittura non servisse un soggetto. Per esprimersi in profondità bastano le linee verticali e orizzontali; i tre colori primari. Il bianco e il nero. Con l'arrivo del dadaismo e di Duchamp viene messo in discussione lo statuto dell'opera d'arte. Si protesta contro l'aspetto fisico della pittura, la sua prevalenza retinica. Di una macchina, di un oggetto se ne può fare un uso estetico. Basta volerlo. Ciò che conta è l'intenzionalità. Estraniando l'oggetto dal suo scontato uso pratico/utilitario, proiettandolo su altri binari si arriva alla sfera estetica. Nel ready made Air de Paris, Duchamp riempie un'ampolla d'aria per portarla da Parigi a New York.  La svolta radicale dell'arte continua con il Surrealismo. Formula inventata da André Breton che attribuisce al lavoro onirico lo stesso spessore solitamente riconosciuto alla realtà. Ne fanno parte Ernst. Con «Il bacio» esplicita la tecnica dell'automatismo mettendola a servizio dell'andamento curvo della linea. Mirò. Per il suo ritratto immaginario «La regina Luisa di Prussia» utilizza forme organiche e tracciati flessuosi. Dalì nel bellissimo e delicato «Eco del vuoto» chiama in causa simboli freudiani, come la sonnambula, chiara allusione al desiderio sessuale. Infine Picasso. E' incluso fra i pittori che reinventano la tradizione. Lascia la scomposizione cubista e sposa un'antica monumentalità. Nella sua Maternità del 1921 madre e figlio sembrano impastati con la creta. C'è anche de Chirico appartenente al gruppo de Les Italiens de Paris. Ne «La fine del combattimento» due lottatori poggiano i piedi sul corpo grigio del gladiatore caduto, sostenuto da uno scudo arancione. Un pretesto per una riflessione distaccata sulla morte.
«Gli anni folli. La Parigi di Modigliani Picasso e Dalì 1918 - 1933». Ferrara Palazzo dei Diamanti Dall'11 settembre 2011 all'8 gennaio 2012

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