Storie d’inflazione, l’allarme tra i commercianti: «Calo del 10% delle vendite, il guardaroba non si rinnova»
A Padova le vendite di abbigliamento calano del 10%, più del doppio rispetto alla media nazionale: pesano inflazione, clima mite e minore capacità di spesa delle famiglie. E anche chi ha un posto fisso, tra spesa e carburante, fatica ad arrivare a fine mese

«Abbiamo registrato un calo delle vendite anche superiore al 10%, la crisi morde e la gente ha meno soldi da spendere». A parlare sono Enzo Giglia e Donatello Bergo, che lavorano da oltre vent‘anni nell’attività commerciale Giraudo&Company, da pochi mesi in via Giotto dopo essere stata per anni alle Porte Contarine. Un’attività oggi guidata da Jonathan Giraudo e fondata negli anni ‘70 dal padre Alberto, deceduto pochi anni fa. «Siamo anche vittime del cambiamento climatico», spiegano i due commessi, «la stagione invernale non è ancora partita perché tutto sommato non fa ancora freddo, se non al mattino presto ed alla sera. Però notiamo chiaramente che i padovani hanno in tasca meno soldi, il prezzo della spesa è cresciuto e le pensioni, anche dei ceti medi, non hanno registrato aumenti. I mancati ricavi si notano specialmente al venerdì ed al sabato, e nelle ultime settimane siamo stati penalizzati anche dai tanti cortei che hanno attraversato il centro».
«Ma la crisi degli acquisti è un po’ dappertutto, non solo nell’abbigliamento», sottolinea Ilaria Makola, la titolare di Makola moda in via San Fermo, «per fortuna resiste la moda che offre qualità e prezzi non esagerati. Comunque niente a che vedere con i buoni affari che facevamo in passato. Tante persone oggi, invece, di venire ad acquistare i capi di abbigliamento nel centro della città, vanno a fare shopping negli outlet più vicini o vanno addirittura a Milano. Probabilmente credono di risparmiare». Il lusso, come succede già da tanti anni, non conosce la crisi. Ieri, ad esempio, con il consueto assalto alla città che si registra ogni sabato, hanno lavorato bene Louis Vuitton ed anche Prada, Gucci, Hermes, Tod’s e Geox.
Il calo delle vendite
I numeri, però, raccontano un’altra storia. Almeno secondo le associazioni di categoria: nel mese di ottobre le vendite nei negozi di abbigliamento e di accessori tra Padova e provincia hanno registrato un calo del 10%, un dato che è molto più alto del calo a livello nazionale, che si attesta solo al 4,7%. Numeri giudicati «molto preoccupanti» rispetto alla stagione pre-natalizia che è imminente, comunicati e commentati dal responsabile di settore di Confcommercio, Riccardo Capitanio: «Le cause del calo delle vendite nel settore della moda vanno riferite al cambiamento delle condizioni meteorologiche in tutto il Nordest, e poi ai bilanci familiari che vengono falcidiati dall’inflazione galoppante ed anche al crescente costo del carburante che continua ad incidere pesantemente sui costi generali delle aziende, sia produttive che commerciali.
Per il resto i commercianti padovani sono anche preoccupati per il clima sociale, che certo non aiuta i negozianti con le tante manifestazioni che si tengono in tutta Italia ed anche a Padova. Non è un caso che proprio in queste settimane come Federmoda abbiamo presentato al tavolo del ministero un pacchetto di misure da attuare già nei prossimi mesi, tra cui il voucher moda ai consumatori da spendere nei negozi di vicinato e la cedolare secca sugli affitti condizionata alla riduzione dei canoni mensili».
La crisi del settore è confermata anche dai consumatori: «Sono pensionato da anni», racconta Michele Russi, ex direttore di un ufficio postale, «ricevo una pensione media, ma quest’anno ho deciso di non rinnovare il guardaroba invernale perché il bilancio familiare non me lo permette. Continua a costare tutto più caro, ci aspettiamo un intervento pesante da parte del governo».
«Andare in auto è un salasso»
Uno stipendio da 1.800 euro al mese, la spesa settimanale passata da 60 a 100 euro e oltre 80 chilometri da percorrere per raggiungere il lavoro. Anche con un posto fisso nella scuola, far quadrare i conti è diventata una corsa a ostacoli. Lo sa bene Alberto Pilotto, 31 anni, insegnante di italiano e storia in un istituto alberghiero di Vittorio Veneto, dove ha ottenuto la cattedra dopo aver vinto il concorso. L’anno scorso aveva scelto di vivere in affitto vicino alla scuola, quest’anno è tornato a fare il pendolare. La sua famiglia e gli amici sono a Tombolo, ma raggiungere ogni giorno il Trevigiano significa affrontare chilometri, pedaggi e carburante: «Cerco soluzioni alternative, sto attento ai prezzi della benzina e provo a capire dove conviene rifornirmi. Ed evito l’autostrada».

Il posto stabile rappresenta una sicurezza, ma non basta a cancellare il peso del carovita. E a pagare il prezzo più alto sono spesso gli insegnanti precari, costretti a spostarsi anche da molto lontano per lavorare. Il punto è che lavorare non basta più, perché la matematica – purtroppo – non è un’opinione. Fra una lezione di italiano e una di storia, fra Leopardi e Giulio Cesare, Pilotto deve pure far di conto: «Prima spendevo circa 60-65 euro alla settimana, adesso arrivo anche a 100 euro, e non ho stravolto la lista. Non dico che il carrello della spesa è raddoppiato, ma non ci manca molto. Immagino di aver visto gli stessi aumenti che hanno visto tutti».
Che fare? «Non saprei, temo di non avere strumenti particolarmente innovativi, mi muovo come tutti coloro che hanno uno stipendio medio: i supermercati sono gli stessi e presto maggiore attenzione a quello che metto nel carrello. Guardo i prezzi e cerco le offerte. Carne e verdura restano nella spesa, mentre mangio poca pasta. Come linea generale, di sicuro ho ridotto gli sfizi». A essere sacrificati sono soprattutto le cene fuori e il cibo da asporto, diventato a sua volta più costoso. Ma qualcosa rimane: «Allo spritz con gli amici non rinuncio, però prima di andare fuori a cena ci penso due volte». Anche la famiglia rappresenta un sostegno concreto, mamma e nonna sono il meraviglioso e gustoso welfare alimentare: «Ci si aiuta».
La fatica dei pendolari
Il costo degli spostamenti è un problema condiviso da molti insegnanti: «Ci sono colleghi che devono percorrere tanti chilometri anche soltanto per tornare a scuola nel pomeriggio e partecipare alle riunioni». Una situazione particolarmente difficile per chi ha famiglia e deve conciliare lavoro, figli e impegni quotidiani. Pilotto è di ruolo, ma condivide tempo e destino con i precari: «Penso a chi arriva da molto distante, magari ha una famiglia e non può trasferirsi ogni volta che cambia scuola. Gli affitti costano, ma anche viaggiare tutti i giorni è pesante, sia economicamente sia per il tempo che si perde». I docenti alzano il livello di impegno per far quadrare i conti: «Ci sono colleghi disponibili a prendere ore extra, quelle che rimangono da altre cattedre. E così guadagnano qualcosa in più».
L’inflazione divora il potere d’acquisto e una mensilità è come non esistesse più. «Si risparmia poco», osserva il giovane prof. Il Natale si avvicina, ma i regali ci saranno, sebbene frugali: «Qualcosa sono riuscito a risparmiare, quindi il passaggio natalizio non lo vivo con ansia». Resta però la consapevolezza che uno stipendio regolare e il posto fisso garantiscano sempre meno libertà economica. Tra il pieno di carburante, il carrello della spesa e i chilometri per raggiungere la scuola, ogni mese richiede nuovi calcoli: «Come tanti, anche noi insegnanti facciamo fatica».
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