Quattrocento allevatori dell’Alta padovana: «Latte sotto costo, lavoriamo in perdita da otto mesi»
Cia raccoglie la denuncia dei 400 allevatori dell’Alta padovana: «Produrre un litro cosa 50 centesimi, ce ne pagano 42». Spese fisse cresciute in un anno del 15%, la pressione diventa quasi insostenibile

Per gran parte dei lavoratori il Primo Maggio, festa dedicata al lavoro e ai diritti conquistati nel tempo, è stato giorno di celebrazioni e riposo. Per i circa 400 allevatori dell’Alta padovana, invece, è trascorso ancora una volta tra stalle, mungiture e conti che non tornano. Senza orari, senza festività, con la preoccupazione crescente di un settore soffocato.
«Stiamo lavorando in perdita da otto mesi», è il loro grido d’allarme, che torna forte alla vigilia della giornata clou della tradizionale Fiera della zootecnia di Rustega, in programma proprio oggi.
Dietro il latte che ogni giorno arriva sulle tavole ci sono aziende familiari che continuano a reggere il peso della crisi, strette tra prezzi troppo bassi e costi sempre più alti.
Secondo Cia Padova, che coglie questi giorni per lanciare una forte denuncia, la situazione è precipitata a partire da inizio ottobre con il crollo del prezzo del latte. Oggi produrre un litro costa almeno 50 centesimi, mentre agli allevatori vengono riconosciuti, se va bene, appena 42 centesimi. In pratica si lavora rimettendoci.
Da fine febbraio, inoltre, si è aggiunta una nuova impennata delle spese aziendali. Il gasolio agricolo è passato da 70 centesimi al litro agli attuali 1, 40 euro. Forti rincari anche per i fertilizzanti, in particolare l’urea, indispensabile per lo sviluppo del mais che costituisce la base dell’alimentazione dei bovini da latte: dai 40 euro al quintale del 2025 ai 100 euro attuali.
«Gli allevatori sono nel mezzo di una tempesta perfetta», sottolineano da Cia Padova. «Il prezzo del latte segue tradizionalmente cicli al rialzo e al ribasso», spiega il presidente provinciale Luca Bisarello, «ma il problema è che oggi non si intravede una luce in fondo al tunnel. Nel frattempo i costi fissi sono aumentati e gli allevamenti non possono fermarsi come una fabbrica».
Le vacche vanno accudite ogni giorno, senza pause. Un lavoro continuo che richiede presenza costante, sacrificio e investimenti. Secondo le stime dell’associazione agricola, nell’ultimo anno le spese fisse sono cresciute tra il 10 e il 15 per cento. Una pressione che rischia di mettere in seria difficoltà soprattutto le aziende medio-piccole, spesso a conduzione familiare.
Tra le cause della crisi pesa anche la sovrapproduzione a livello europeo, che contribuisce a tenere bassi i prezzi. «La domanda interna non sembra diminuita», aggiunge Bisarello, «ma i produttori continuano a non avere voce in capitolo e subiscono decisioni prese altrove». Da qui l’appello alla politica perché intervenga con misure concrete di sostegno e rilancio del comparto.
Uno scenario che nell’Alta padovana, territorio da sempre legato alla zootecnia, avrebbe ricadute pesanti su tutta l’economia locale. «Quando chiude un’azienda agricola», conclude Bisarello, «a perderci è l’intera comunità».
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