L'azienda proibì di allertare i pompieri: così l'operaio morì

FONTANIVA. Nonostante l’incendio covasse dall’alba, l’ordine impartito dall’amministratore delegato Simone Zulian e dal direttore dello stabilimento Luigi Biasion era indiscutibile: vietato far intervenire i vigili del fuoco perché le fiamme sarebbero state gestite in maniera più sicura in azienda. Di più: ai lavoratori venne proibito di allertare i pompieri. Purtroppo quel pomeriggio del 6 giugno 2014 nelle Fornaci Zulian di Fontaniva (situate, coincidenza del destino, in via Caduti sul lavoro) non se lo scorderà più nessuno perché una vampata di fuoco, fuoriuscita da un silo, investì la ruspa azionata dall'operaio vicentino Domenico Zanarella, 44 anni di Rosà e, per lui, trasformato in torcia umana, fu una fine agghiacciante. Una fine che si consumò davanti alle telecamere interne che restano, per gli inquirenti, la prova della tragedia. Una tragedia forse evitabile alla luce della ricostruzione dell’accaduto. E di quell’assurdo ordine.
Responsabilità penali. Ecco perché il pm padovano, Francesco Tonon, ha chiuso formalmente l’indagine sull’incidente, atto preliminare alla richiesta di un processo a carico dell’amministratore delegato Simone Zulian, 37 anni di Fontaniva, e dell'ingegnere Luigi Biasion, 54 di Treviso, direttore dello stabilimento. Articolate le accuse, dal concorso in omicidio e lesioni colpose alla violazione di un’ampia serie di norme in materia di sicurezza sul lavoro.
Le contestazioni. Zanarella, intrappolato nell’abitacolo della ruspa, era sopravvissuto 5 giorni alle ustioni che coprivano il 90% del suo corpo, mentre Luca Castellan, 35enne responsabile del settore tecnico pure di Rosà, ha riportato lesioni permanenti con un’invalidità del 20% e un’inabilità al lavoro durata sei mesi. I due stavano svuotando il silo S1 dov’era ammassata polvere di segatura a concentrazione infiammabile. Un silo nel quale il focolaio s’era sviluppato fin dall’alba; tuttavia i vertici aziendali avevano deciso di risolvere al questione “in casa”. Eppure – contesta il pm Tonon – non erano state messe a disposizione dei lavoratori attrezzature adeguate, nel documento di valutazione dei rischi (obbligatorio in ogni azienda) non erano state previste procedure per lo svuotamento in sicurezza dei silos e neppure per la formazione del personale privo di dispositivi di protezione individuali e della possibilità di usare dispositivi antincendio. E un incendio si sviluppa il 6 giugno nel molino a martelli, situato nel reparto di raffinazione: solo successivamente si propaga fino al silo della tragedia, attraverso la condotta pneumatica che trasporta i residui provenienti dal molino.
Il giudizio degli esperti. Fondamentale nell’inchiesta sono state le relazioni dei tecnici dello Spisal e dell’ingegnere Vincenzo Puccia del Comando dei vigili del fuoco di Padova. Ma anche la consulenza redatta dal professor Luca Marmo del Politecnico di Torino per conto della procura, già perito nell’ambito dell’inchiesta sul disastro avvenuto alla ThyssenKrupp del capoluogo piemontese. L’esperto scrive di una «errata gestione dell’incendio che si è sviluppato nel silo S1 a partire dalle primissime ore del mattino... e che si è tradotta in una gestione dell’incidente improvvisata... che ha visto gli intervenuti perpetrare azioni errate». E ancora: «Un evidente errore è stato quello di perseverare nello svuotamento del silo... un altro quello di operare senza adottare alcuna precauzione... Inoltre è stato fatto uso insufficiente dell’acqua antincendio all’interno del silo». Nessun dubbio su quello che definisce «l’errore più rilevante». Secondo il professor Marmo «è stato commesso quando si è deciso di non allertare i vigili del fuoco per il semplice fatto che la gestione delle operazioni sarebbe passata nelle loro mani e non vi sarebbe stata esposizione dei lavoratori». Negligenza? Forse. Il piano d’emergenza vigente in azienda era carente, non prevedendo nemmeno l’ipotesi di “incendio silos”. Se fossero arrivati i pompieri, quelle manchevolezze avrebbero potuto restare ancora coperte?
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