L’ex legale di Maniero rischia il processo

Il suo nome resterà per sempre legato a quello dell’ex boss della Riviera del Brenta, Felice Maniero anche se, in realtà, negli anni Settanta e Ottanta la fama di Enrico Vandelli era quella di un legale impegnato politicamente a sinistra e in prima fila in molte battaglie civili. Poi quell’inciampo. Brutta storia. Il boss si pente e tira in campo il suo avvocato di fiducia: «Aveva portato i soldi dentro il carcere per corrompere gli agenti di custodia e farmi fuggire... Recuperava e consegnava i miei messaggi dal carcere e gestiva i soldi miei e dei miei cugini». Maniero, pur mandante di tanti omicidi, oggi è libero con una nuova identità. Oggi, invece, rischia un nuovo processo il suo ex difensore Vandelli, finito prima in carcere, poi condannato in via definitiva nel 2008 a 4 anni e sei mesi per associazione mafiosa.
L’accusa? Aver violato la norma che impone di comunicare ogni variazione patrimoniale al di sopra dei 10 mila euro entro i dieci anni dalla data in cui è diventata definitiva una condanna per reati legati all’associazione mafiosa. Che cosa avrebbe combinato l’ex legale di Maniero? Alcuni mesi prima della scadenza di quel termine, di fronte all’esigenza di sistemare dei rapporti familiari, ha venduto la casa coniugale al figlio, comprando per sé un piccolo appartamento in cui andare a vivere. La mancata comunicazione di quell’operazione, sia pure al limite del termine dei 10 anni, è stata “registrata” come una violazione penale. Ed è partita l’inchiesta coordinata dal pm Luisa Rossi. Inchiesta che si è conclusa con la richiesta di rinvio a giudizio a carico di Vandelli che ha scelto di essere giudicato con rito abbreviato: il prossimo 29 gennaio l’udienza davanti al gup Cristina Cavaggion. La difesa di Vandelli è affidata agli avvocati Carlo Covi e Piero Longo.
L’articolo 30 della legge 646 del 1982 stabilisce che «le persone condannate con sentenza definitiva per il reato di cui all’articolo 416-bis del codice penale (associazioni di tipo mafioso)... sono tenute a comunicare per dieci anni, ed entro trenta giorni dal fatto, al nucleo di polizia tributaria del luogo di dimora abituale, tutte le variazioni nella entità e nella composizione del patrimonio concernenti elementi di valore non inferiore ai venti milioni di lire (oggi 10 euro)... Il termine di dieci anni decorre dalla data della sentenza definitiva di condanna». E l’articolo 31, contestato al legale, punisce chi viola quella regola «con la reclusione da due a sei anni».
Amaro il commento dell’avvocato Annamaria Alborghetti, che ha difeso il collega nel procedimento disciplinare concluso con la reiscrizione di Vandelli all’Ordine degli avvocati in seguito a una sentenza delle sezioni Unite della Cassazione: «Trovo vergognoso tutta questa diligenza nell’applicare la norma ormai al limite dei dieci anni. Una norma introdotta per colpire la possibilità di riciclare o di riappropriarsi dei patrimoni illeciti da parte dei mafiosi. Qui siamo di fronte a una persona che ha soltanto regolato dei rapporti patrimoniali con moglie e figlio». —
CRI.GEN.
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