"Moglie, mamma e cardiochiurgo: è il mio sogno che si realizza a Padova"

Assunta Fabozzo, 37 anni, è la prima donna con il bisturi a entrare nell’équipe chirurgica del professor Gino Gerosa. «Ho scelto Padova per la specializzazione, è stata dura ma entusiasmante e ora raccolgo i frutti di tanto lavoro»
LIVIERI - AGENZIA BIANCHI - PADOVA - INTERVISTA A FABOZZO ASSUNTA E GEROSA
LIVIERI - AGENZIA BIANCHI - PADOVA - INTERVISTA A FABOZZO ASSUNTA E GEROSA

l’intervista

La storia di Assunta Fabozzo è il trionfo contro i pregiudizi e il ribaltamento dei più radicati cliché: a 37 anni è la prima cardiochirurga donna dell’équipe del professor Gino Gerosa, della Cardiochirurgia dell’Azienda Ospedale-Università di Padova. Ma Fabozzo, trentasettenne originaria di Napoli e ora trapiantata stabilmente nella città del Santo, è anche moglie e mamma di un bimbo di tre anni. E, a proposito di cliché alla rovescia, a portarla all’altare è stato un infermiere, conosciuto proprio in sala operatoria. La firma del contratto di assunzione in via Giustiniani, giusto qualche giorno fa, rappresenta per la cardiochirurga la realizzazione di un sogno coltivato sin da bambina.

Dottoressa, come è avvenuta la sua formazione?

«Mi sono laureata in Medicina all’Università di Napoli nel 2007, lì però vedevo che le donne in specialità difficilmente riuscivano a entrare in sala operatoria così ho deciso di provare il concorso per la specialità a Padova. Sono arrivata un po’ spaesata, inoltre temevo di essere svantaggiata per il fatto di provenire da un’altra università. Ma è stato lo stesso professor Gerosa a rassicurarmi subito, dicendomi che l’unica cosa che poteva fare la differenza era la preparazione. Ed è andata bene. Dopo la specializzazione ho trascorso 3 anni negli Stati Uniti, nell’ospedale di Harvard a Boston e quindi, rientrata in Italia, ho ottenuto un dottorato a Bologna. Oltre a cardiochirurgia dell’adulto e del bambino ho approfondito anche l’ambito delle cardiopatie congenite».

Ora di nuovo a Padova: un destino?

«In un certo senso sì. Stavo ancora frequentando il dottorato a Bologna quando un giorno, in treno, ho incontrato il professor Gerosa, con il quale ero sempre rimasta in contatto dopo la specializzazione a Padova e durante il lavoro negli States. In quell’occasione mi ha parlato delle importanti ricerche in cui era impegnato, come quella del cuore bionico. Io ne ero entusiasta. Poi ho sempre seguito con grande ammirazione tutte le “prime” nazionali e mondiali firmate dall’équipe di Gerosa, su tutte il cuore artificiale. Quando ho saputo del concorso in Azienda universitaria a Padova non ho avuto esitazioni».

Ha incontrato ostacoli nel suo percorso di formazione, anche determinati dal fatto di essere donna in un campo della chirurgia “mascolino” come quello che ha scelto?

«Io non provengo da una famiglia di medici: mamma e papà erano operai metalmeccanici. Ho desiderato di fare il cardiochirurgo sin da piccola. Nei compiti a scuola scrivevo sempre che operavo il cuore. Mamma in particolare mi ha sempre incoraggiata a perseguire il mio sogno, così come ha incoraggiato mio fratello Paolo, che oggi è attore e regista teatrale (sarà prossimamente al Verdi a Padova nel cast della produzione del Teatro Stabile di Napoli “LaCupa” di Mimmo Borrelli, ndr). E comunque grandi ostacoli non ne ho incontrati, salvo - ovviamente - il grande impegno, i sacrifici e la totale abnegazione che una professione come questa richiede sin dalla fase formativa. Ma era tutto messo nel conto. Gli anni di specializzazione a Padova, poi, sono stati entusiasmanti, pieni di grandissime esperienze, sussultavo di gioia quando vedevo il mio nome nella lista degli specializzandi chiamati in sala operatoria».

E in sala operatoria il suo essere donna ha qualche riflesso oggi?

«Da un punto di vista fisico, sono richieste una forza e una resistenza notevoli, ma mi alleno in palestra, anche se non sono molto costante. Per il resto non mi sento in nulla diversa dai colleghi e i colleghi non mi fanno sentire diversa. E comunque non ho voluto fare il cardiochirurgo per essere come un maschio. Sono una donna cardiochirurgo».



Oltre agli interventi in sala operatoria, di cosa si occupa con il professor Gerosa?

«Da sempre dedico parte del mio impegno professionale anche alla ricerca e qui ho trovato la ricerca vera. Già ad Harvard avevo lavorato allo sviluppo di dispositivi medico chirurgici per applicazioni in ambito cardiovascolare in stretta collaborazione con bioingegneri e ora mi dedico alla ricerca sul cuore bionico nell’ambito del Life Lab, il progetto di medicina rigenerativa per tessuti e organi».

Tra l’altro ha avuto anche un riconoscimento importante nell’ambito di questo progetto...

«Sono stata nominata coordinatrice del gruppo di lavoro».

Una nomina così prestigiosa da “ultima arrivata” non ha suscitato qualche gelosia?

«Se così fosse, nessuno lo ha mai fatto percepire. Ma davvero non credo che la questione si ponga. Io avverto tanto affiatamento, tanta voglia di lavorare, di raggiungere obiettivi importanti. È un ambiente molto positivo, stimolante e di grande entusiasmo professionale».

Oltre che cardiochirurga, è anche moglie e mamma.

«Mio marito l’ho conosciuto a Padova da specializzanda e ci siamo fidanzati all’epoca: lui è infermiere nella nostra sala operatoria, un cliché rovesciato insomma.

Il fatto di lavorare nel medesimo team, è un vantaggio perché mio marito conosce benissimo il tipo di impegno che mi viene richiesto, sa quello che faccio e sa che è quello che ho sempre voluto fare. C’è grande equilibrio, un compromesso che è venuto naturalmente senza che dovessimo metterci a tavolino a decidere chi dovesse fare che cosa. Mio marito si occupa più di me della casa, per esempio. E va bene così. La gravidanza l’ho affrontata durante il dottorato a Bologna ed ero quasi sempre da sola. Non avrei rinunciato a un figlio per la carriera. E sono felicissima del mio bimbo di tre anni».

E i pazienti come reagiscono di fronte a un cardiochirurgo donna?

«In generale non credo ci sia un approccio diverso da parte del paziente, forse è vero che qualcuno si può sentire in qualche modo più rassicurato da una figura femminile».

Ha mai avuto dubbi sul fatto di farcela, di realizzare il suo sogno?

«Se dubbi ho avuto, erano determinati dal fatto che ci sono poche opportunità professionali. Se è vero che registriamo una generale carenza di medici, infatti, questo non succede nell’altissima specializzazione. Quindi la concorrenza è piuttosto alta».

Era l’unica donna al concorso?

«Iscritte ce n’erano mi pare quattro, ma al concorso abbiamo partecipato in due, oltre a diversi colleghi maschi».

Cosa direbbe ai giovani spesso sfiduciati rispetto alle loro ambizioni?

«Di crederci e di perseguire i propri sogni. Io ho imparato che anche da situazioni che non corrispondono esattamente a ciò che desideri, si può e si deve trovare qualcosa di buono da imparare e di cui far tesoro. Ogni esperienza ci fa crescere e dobbiamo credere che alla fine il merito venga riconosciuto». —


 

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