Padova, chiude il Diego Bar di corso Milano: «I lavori del tram la mazzata finale»
Chiude il locale gestito da 25 anni dai coniugi Davide e Tiziana: «Lavorare solo per pagare le utenze e sperare che entrasse gente non era più sopportabile»

«Abbiamo chiuso perché non volevamo “morire” di tasse e utenze domestiche. Inoltre i lavori per la realizzazione del tram sono stati la mazzata finale». Sono queste le parole di Davide Salmaso, 51 anni che con la moglie Tiziana Taschin, coetanea, ha gestito il Diego Bar di Corso Milano 9 per 25 anni.
Da lunedì 13 luglio le saracinesche si sono definitivamente abbassate anche su questo pubblico esercizio attivo in città da oltre 50 anni.
Una moria continua di bar, che hanno fatto la storia, sta decisamente segnando il tessuto commerciale. A chiudere i battenti nel giro di un anno sono stati i bar: Missaglia, Breda, Scultore, la Caffetteria Gigi Pipa e da ultimo a salutare i suoi amati clienti sarà il bar Principe.

«Secondo voi, pagando bollette mensili per l’elettricità anche di mille euro, affitto e rate della Tari da 540 euro e subendo nel tempo un calo di presenze cosa avrei potuto fare? Rimetterci e aspettare un miracolo? Alla fine si è presentata un’occasione e l’ho colta, un imprenditore si è offerto di acquistare la licenza e l’ho ceduta. Del resto per quanto storico, il locale era diventato un po’ anacronistico, con i suoi 30 metri quadrati non avrebbe potuto offrire come pubblico esercizio i tanto richiesti plateatici. Ovviamente siamo dispiaciuti, perché io e mia moglie abbiamo trascorso anni dietro al bancone e alcuni clienti sono diventati amici, ma davvero non era più possibile andare avanti così».
A pesare quindi tanti aspetti, tra questi il cambiamento della città e i lavori per la tramvia: «Ne abbiamo passate tante in 25 anni, è vero che le abitudini della gente sono mutate, ma noi offrivamo un servizio, aprivamo alle sei del mattino. Purtroppo tra viabilità impazzita, sospensione del servizio bus in Corso Milano e lavori per due anni, abbiamo visto un calo, anzi in alcuni giorni, specialmente il pomeriggio, non entrava nessuno. Chiudere non significa come ha detto il primo cittadino non essere capaci. Tu puoi essere il più bravo, ma se la città è respingente e i flussi vengono deviati altrove è ovvio che manchi la materia prima: la gente che di solito transitava nella zona. Non si vive solo di chi risiede qui e arriva a piedi».
Una serrata questa certamente non voluta, ma per il titolare necessaria: «In questi due anni abbiamo chiesto alla proprietà una piccola riduzione sull’affitto che non è stata accolta. Lavorare solo per pagare le utenze e sperare che entrasse gente non era più sopportabile. Ovviamente siamo abbattuti e dispiaciuti, ma io e mia moglie dopo un periodo di meritato riposo, ci tireremo su le maniche per affrontare qualche altra sfida professionale che sicuramente sarà lontana da quella svolta per oltre due decadi. Non so chi subentrerà, difficile immaginarlo, il bar non potrà più esistere. Ringrazio tutti gli avventori e chi ci ha sostenuto fin dal 22 maggio 2001».
«Ennesima attività che chiude per colpa di una gestione sbagliata: i lavori per la realizzazione del tram e l’assenza di soste sta uccidendo le attività. Bar che sono sempre stati non solo un presidio sociale, ma anche di sicurezza e un riferimento per la cittadinanza, stanno cadendo come mosche: se va avanti così rischiamo il vuoto e la desertificazione di corso Milano», commenta Massimiliano Pellizzari presidente dell’Associazione commercianti del centro Acc, saputa la notizia: «Se ne sono andati dal centro dei lavoratori capaci e stacanovisti».
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