Lago, design da oltre un secolo mettendo le persone al centro
La famiglia Lago ha iniziato con le opere di falegnameria nelle chiese veneziane, nel 1976 il passaggio dalla produzione artigianale a quella più seriale nel settore dell’arredamento. Lunedì 19 ottobre al Pedrocchi sarà tra le aziende premiate all’evento del mattino “Una famiglia una impresa”

La famiglia Lago lavora il legno da più di un secolo. «I nostri nonni realizzavano opere di falegnameria nelle chiese di Venezia», racconta Daniele Lago, alla guida dell’impresa di arredamento dal 2024. La forma di azienda, però, viene assunta solo nel 1976, quando Giuseppe Lago, padre di Daniele, decide di passare da una produzione artigianale a una più seriale.
Daniele cresce respirando fin da piccolo l’aria dell’azienda del padre, senza immaginare che un giorno sarebbe entrato a farne parte. «Da bambini partecipavamo completamente alle dinamiche aziendali», racconta. «Se le cose andavano bene o male, tutto questo arrivava inevitabilmente anche a pranzo e a cena. C'era una partecipazione totale alla vita dell'impresa».
Lui, però, intraprende tutt’altro percorso, quello della pallavolo professionistica. Il ritorno verso l’impresa di famiglia avviene grazie a un libro: Punto, linea, superficie di Kandinskij. «È stato quello il momento in cui è nato il mio innamoramento per il design e, di conseguenza, per il nostro mestiere», spiega.
«L’approccio umanistico»
E così, vent’anni fa, decide di entrare in Lago, insieme a suo fratello Franco e sua sorella Rossana. Nello stesso anno, il 2006, l’azienda diventa Spa e iniziano una serie di cambiamenti strutturali, che la porteranno attraverso un rapido processo di crescita. «All'epoca avevamo circa 20-30 dipendenti e fatturavamo qualche milione di euro. Oggi», precisa, «siamo più di 200 e oscilliamo tra i 50 e i 60 milioni». Quello che la quarta generazione ha introdotto nell’azienda è ciò che Daniele definisce «un approccio umanistico». La prima rivoluzione culturale è partita proprio dalla volontà di rendere il modo di fare impresa più equilibrato e umano nei confronti di tutti: «dai collaboratori ai clienti, fino agli altri stakeholder», sottolinea. «Abbiamo cercato di immaginare un modello di business diverso rispetto all'idea di capitalismo che mi era stata trasmessa».
E questo, è stato realizzato a partire dalla stessa fabbrica che, come spiega Daniele, non sembra nemmeno una fabbrica. «L'idea era restituire dignità alle persone che lavorano e realizzano i nostri prodotti», racconta. «Non possiamo ambire a produrre il bello senza preoccuparci di come lo produciamo e delle condizioni di chi lavora». Oggi, la sede di Lago è un grande edificio ispirato ai principi della bioarchitettura, con finestre perimetrali dalle quali entra luce dall’alba al tramonto. Una struttura in legno lamellare con tetto ventilato che permette anche di ridurre l’impatto delle ondate di calore.
L’apertura della governance
Dall’ingresso della sua generazione in azienda, inizia anche un graduale processo di apertura verso figure manageriali esterne. «È stato un percorso importante all'interno della famiglia», ricorda Daniele. «Non sono mancate le discussioni con i miei fratelli maggiori sul concetto di delega: alcuni all’inizio erano molto resistenti all'idea». Ma aprire la governance, secondo l’ad, è una scelta che fa bene sia ai familiari sia ai manager perché porta chiarezza nei ruoli. «Abbiamo iniziato ad allenarci a distinguere i due piani», racconta, «evitando di portare nell'organizzazione tutte le dinamiche emotive della famiglia».
I momenti di formazione, all’interno di Lago, non riguardano solo il management ma anche i dipendenti. «In Lago abbiamo un'ambizione: vorremmo che una persona, dopo aver trascorso alcuni anni con noi, diventasse non soltanto un professionista migliore, ma anche una persona un po' migliore», afferma. Una filosofia che fa sì che in azienda ci sia sempre stato un tasso di turnover molto basso.

Per i fratelli Lago, il design è molto più di quello che si pensa, è un vero e proprio strumento di trasformazione sociale. «Non ci nutriamo solo di cibo, ma anche di quello che vediamo», sottolinea l’ad. «Ogni anno entriamo in 20 mila case attraverso i nostri prodotti. Noi crediamo che gli ambienti nei quali viviamo possano generare atteggiamenti positivi o negativi nei confronti delle situazioni e della vita». Considerare il design un vero e proprio mezzo di trasformazione sociale è anche ciò che li spinge da anni a cercare sempre soluzioni nuove e innovare.
«L’azienda come orchestra»
«A un certo punto abbiamo deciso di eliminare il legno dalla nostra collezione. Una scelta apparentemente assurda», racconta. «Il problema era che il legno, per come veniva utilizzato allora, aveva perso profondità». Buona parte dell'industria dell'arredamento infatti utilizza legno impiallacciato, ovvero un materiale composto da uno strato interno di legno economico o compensato, rivestito sulla superficie da pochi decimi di millimetro di vero legno nobile. «Volevamo recuperare un rapporto più autentico con il materiale», spiega.
«Collaborando con Listone Giordano, abbiamo cercato un legno che trasmettesse una sensazione di vita, di connessione con la natura. Alla fine abbiamo individuato un rovere proveniente da foreste certificate francesi. Oggi», racconta, «quando utilizziamo il legno, vogliamo che abbia uno spessore e una profondità tali da far percepire davvero il contatto con la natura».
La visione imprenditoriale che caratterizza e guida Lago, qualche anno fa ha preso forma in un vero e proprio documentario-manifesto: “La grande idea”. «Contiene tanti elementi che, messi insieme, definiscono una modalità di lavorare e di immaginare il futuro», sottolinea. Questo è stato creato coinvolgendo non solo i vertici, ma anche molti dipendenti, con l’idea che per attuare processi di trasformazione, occorra tenere a bordo il maggior numero di persone possibile.
«Essere cresciuti in una famiglia di dieci figli, in fondo, ci ha anche abituati a fare squadra. È stata una palestra educativa che ci ha aiutato molto. Credo», conclude, «che un'azienda funzioni un po' come un'orchestra. Se vuoi che suoni una bella armonia, devi partire dalle fondamenta».
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