Restauro delle cupole del Santo, entro giugno la fine dei lavori

Installato il sistema antincendio in tre delle otto cupole. La Veneranda Arca: «Responsabilità comune proteggere la basilica»

La Basilica di Sant'Antonio sta portando a termine una delle sfide tecnologiche e conservative più ambiziose degli ultimi decenni: il totale rifacimento e potenziamento del sistema antincendio del tetto. Un intervento da 1,5 milioni di euro che, proprio in questi giorni, ha segnato un traguardo fondamentale: tre delle otto cupole sono già state messe in sicurezza, mentre i lavori procedono ora spediti verso la "cupola della Madonna", la prima visibile da chi arriva in piazza.

Il traguardo del Giugno Antoniano

L’obiettivo è chiaro e simbolico: terminare tutto entro giugno 2026, restituendo il complesso monumentale nella sua massima sicurezza proprio in tempo per le celebrazioni del Giugno Antoniano. Non si tratta solo di installare sensori, ma di proteggere un patrimonio che appartiene all'umanità: le strutture lignee che sorreggono le calotte risalgono al XIII secolo e sono tra i sistemi costruttivi in legno più antichi e preziosi d’Europa.

La vera particolarità di questo cantiere risiede nel metodo. Per non deturpare la Basilica con ponteggi invasivi e per abbattere costi e tempi, la Veneranda Arca del Santo ha scelto la strada dell’edilizia acrobatica. Specialisti del settore lavorano in quota, agganciati con imbragature direttamente alle travi secolari, muovendosi come ragni nel sottotetto.

«Questa tipologia di lavoro rappresenta una novità assoluta», spiega l’ingegner Fabio Dattilo, Presidente Capo della Veneranda Arca e Direttore dei Lavori. Una scelta che permette alla Basilica di rimanere pienamente operativa: mentre sopra si lavora alla sicurezza del futuro, sotto la vita liturgica e il flusso dei pellegrini proseguono senza alcuna interferenza.

Tecnologia Water Mist: lezioni da Notre-Dame

Il sistema scelto è il Water Mist, una tecnologia all'avanguardia già adottata per la Basilica di San Marco a Venezia. In caso di fumo, il sistema non sprigiona un getto d'acqua "a diluvio" – che danneggerebbe irrimediabilmente le opere d'arte e il legno antico – ma una nebbia finissima ad alta pressione. Questa nebbia abbatte istantaneamente la temperatura e soffoca le fiamme con un impatto idrico minimo. È la lezione imparata dal tragico incendio di Notre-Dame del 2019: proteggere la struttura senza distruggerne il contenuto.

Il progetto non si ferma alle coperture. Nelle prossime settimane prenderà il via la seconda fase che coinvolgerà l'Archivio della Veneranda Arca e la Biblioteca Pontificia Antoniana. Luoghi dove il rischio incendio è legato alla fragilità della carta storica. Anche qui, la sinergia tra la Delegazione Pontificia, i Frati e la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo (che ha garantito un contributo decisivo di 850.000 euro) permetterà di installare protezioni di ultima generazione.

Una responsabilità condivisa

«È nostro dovere garantire l’incolumità di questo luogo anche nei secoli futuri», ha dichiarato Mons. Diego Giovanni Ravelli, Delegato Pontificio. Un sentimento condiviso da Enrico Del Sole di Fondazione Cariparo, che sottolinea come la rapidità del cantiere sia la prova di una "qualità progettuale e competenza tecnica" d'eccellenza.

Padova si conferma così un modello internazionale di buone pratiche: la conservazione di un monumento del 1200 non passa più solo dal restauro estetico, ma da una difesa tecnologica invisibile, coraggiosa e, soprattutto, necessaria.

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