Sentenza d’Appello sul delitto delle Terme: «Valentina Boscaro ha ucciso per esasperazione»

Le motivazioni della Corte d’Appello di Venezia: «Colpì Mattia Caruso in stato d’ira, la loro era una coppia gravemente disfunzionale». La pena già ridotta da 20 a 17 anni di carcere

Edoardo Fioretto
Valentina Boscaro, 34 anni, nell'aula bunker della Corte d'Assise d'Appello di Venezia durante l'ultima udienza di ottobre; nel riquadro Mattia Caruso, ucciso a 30 anni
Valentina Boscaro, 34 anni, nell'aula bunker della Corte d'Assise d'Appello di Venezia durante l'ultima udienza di ottobre; nel riquadro Mattia Caruso, ucciso a 30 anni

Ora è scritto nero su bianco. Valentina Boscaro venne provocata quando, «in uno stato di alterazione emotiva», il 25 settembre 2022 uccise l’ex compagno, Mattia Caruso, con una coltellata al cuore. La parola decisiva sul delitto di Montegrotto è arrivata dopo anni di processi, rinvii e riletture dei fatti.

Sta nelle motivazioni depositate dalla Corte d’Assise d’Appello di Venezia e ruota attorno a un concetto chiave: la provocazione, appunto. È su questo punto che i giudici hanno riformato la condanna inflitta alla rea confessa, riconoscendo che il gesto con cui uccise Caruso non può essere isolato da quanto lo ha preceduto.

La decisione della Corte

La sentenza chiarisce che l’omicidio è maturato «in un contesto di forte tensione emotiva e di progressivo logoramento psicologico» frutto di una relazione segnata da conflitti, sopraffazioni e comportamenti violenti. Una condizione che, secondo il collegio che si è riunito nell’aula bunker di Mestre lo scorso 30 ottobre, ha inciso sulla capacità di autocontrollo dell’imputata, fino a determinare quella che viene definita una «provocazione per accumulo».

Da qui la riduzione della pena. Per l’omicidio volontario, la condanna scende a 15 anni e sei mesi. A questa si aggiunge un anno e sei mesi per il reato di calunnia, legato alle prime fasi delle indagini, quando Boscaro accusò falsamente un testimone – Giovanni Malara – del delitto. Il totale è di 17 anni di reclusione, contro i 20 stabiliti.

La strada verso la giustizia

Il percorso giudiziario è stato lungo. In primo grado, la Corte d’Assise del Tribunale di Padova aveva condannato la trentaquattrenne a 24 anni di carcere. In appello la pena era stata ridotta a 18 anni e sei mesi per l’omicidio, più la calunnia. Ma nel maggio 2025 la Cassazione aveva annullato quella decisione, rinviando il processo a Venezia per una nuova valutazione delle attenuanti, ritenute motivate in modo insufficiente.

Il ritorno in appello

Il nuovo giudizio si è celebrato nell’aula bunker di Mestre e aveva un unico nodo da sciogliere: se lo stato psicologico dell’imputata, alla luce delle perizie e dei fatti emersi, potesse integrare l’attenuante della provocazione. Secondo la difesa, sì. Secondo l’accusa, no.

Il vice procuratore generale Nicola Proto aveva chiesto una condanna complessiva a 17 anni e sei mesi, sostenendo che «le tensioni di coppia non bastano a spiegare una reazione così estrema» e che occorre distinguere tra una condizione di disagio e «una scelta consapevole». Una linea condivisa dalla parte civile, che ha parlato di un rapporto conflittuale e reciproco, sottolineando come quella sera Boscaro si fosse allontanata dal locale «sulle proprie gambe».

Lo scontro di opinioni

Di segno opposto la ricostruzione della difesa. L’avvocato Alberto Berardi, affiancato da Renzo Fogliata, ha insistito sul contesto complessivo della relazione e su quanto accaduto poche ore prima dell’omicidio. «Che alternativa aveva Valentina?», aveva detto in aula. Sostenendo poi una tesi: «Mattia le aveva rubato le chiavi dell’auto. Appropriarsi del veicolo dell’imputata non è forse una forma di coercizione, anche se non fisica?».

La Corte ancora in ottobre ha accolto quest’ultima impostazione, riconoscendo che la provocazione non si è esaurita in un singolo episodio, ma è stata il risultato di una «sequenza di comportamenti» che hanno progressivamente compromesso l’equilibrio emotivo dell’imputata. Una valutazione che ha portato allo sconto di pena di tre anni.

Ha pesato anche la valutazione della corte sulla «sproporzione fisica» dei due: in particolare, alcuni episodi di violenza che hanno palesato come Caruso avesse in passato provocato lesioni all’imputata, approfittando della propria presenza fisica. «Graffiarlo è il massimo che posso fare, perché la sua forza contro di me la puoi immaginare» aveva scritto la trentaquattrenne alla mare di Caruso, Rosa Russo.

I punti fermi dell’iter

Resta fermo, però, il giudizio sul fatto. Valentina Boscaro è colpevole dell’omicidio di Mattia Caruso, «ha tolto la vita a un giovane di trent’anni compiendo un gesto tanto impulsivo quanto spropositato», ha sottolineato la corte d’appello. Ucciso con una coltellata al petto a Montegrotto Terme, al termine di una serata trascorsa nel locale dei Laghetti di Sant’Antonio. Un delitto che i giudici collocano all’interno di una relazione «gravemente disfunzionale», ma che non viene in alcun modo giustificato.

Con questa decisione si chiude, salvo sorprese, la vicenda giudiziaria. Le parti, accusa e difesa, hanno lasciato intendere che difficilmente ci sarà un nuovo ricorso in Cassazione. Quando la condanna diventerà definitiva, per Boscaro – oggi ai domiciliari – si apriranno le porte del carcere. «È giusto che chi ha tolto una vita paghi», aveva detto Carmela, sorella di Mattia Caruso dopo la lettura della sentenza. «Ma mio fratello non ce lo restituirà nessuno».

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