Sierra Leone, virus e paura per Riccardo: «Io malato, ma resto qui»

Buson coordina per il Cuamm le 80 ambulanze di tutto il Paese: «Il contagio corre, c’è tensione sociale. E la gente non ha fiducia nella sanità»

PADOVA. Trenta gradi e umidità al 90 per cento a Freetown. Ambulanze impolverate girano cariche di infetti da Covid-19, in cerca di posti liberi per i pazienti nei centri di trattamento. Ma i letti non sono il primo problema, il governo sta allestendo nuove tende quasi tutti i giorni. E neppure il contagio ha raggiunto livelli allarmanti. I positivi censiti - anche se il numero è sicuramente sottostimato - sono circa 250 su quasi 8 milioni di abitanti. Con 16 decessi confermati.

L’emergenza, invece, è l’ordine pubblico: le rivolte che si moltiplicano, nella capitale e nei villaggi, le ambulanze assaltate, le quarantene che nessuno rispetta, perché stare in casa vuol dire trovarsi senza acqua né cibo.

Riccardo Buson, 32 anni, ingegnere originario di Monselice è in Sierra Leone da tre anni. Ci è arrivato dopo una serie di “esplorazioni” compatibili con l’età: prima in Kenya, poi un mezzo dietrofront, il ritorno in Italia, tre anni in azienda, il tempo di capire che il suo posto era altrove. Quindi in Perù con il servizio civile internazionale, poi in Sierra Leone, appunto, con il Cuamm. Responsabile operativo del più importante progetto dell’ong nel paese. Buson dirige il Nems, che sta per National Emergency Medical Service, finanziato da Banca Mondiale e Regione Veneto.

«È come il nostro 118», racconta al telefono, via Whatsapp. «Sarei il numero due ma il direttore è tornato in Italia e quindi sono io a coordinare ottanta ambulanze in giro per il paese e mille operatori, contando 900 autisti, il personale paramedico, tutta la parte manageriale locale e noi “espatriati” che al momento siamo meno di dieci».

Paziente sei

A inizio aprile Riccardo entra in contatto con il secondo infetto della Sierra Leone. E si ammala. Caso numero 6. «Non stavo malissimo, ma mi hanno ricoverato nell’unico ospedale Covid, che al tempo fortunatamente era quasi vuoto».

Quattordici giorni di quarantena, febbre alta, l’incubo di un peggioramento. «Qui ci sono sei o sette posti di terapia intensiva in tutto il Paese, le strutture private non collaborano. In qualche momento ho pensato che forse avrei fatto meglio a tornare, potevo farlo, qualcuno l’ha fatto, sono scelte personali. Ma è durato poco. Non torno in Italia da agosto scorso, ma ora è questo il posto dove devo stare, il Cuamm mi sostiene e siamo molto coinvolti nella situazione».

Buson è in buona compagnia: il team del Cuamm è rimasto quasi al completo, l’Università del Piemonte Orientale, che partecipa al progetto, manda esperti per la formazione da tutto il mondo, almeno quando ci sono voli. «Il gruppo di lavoro è molto stimolante, il progetto è frutto di un confronto continuo. Io sono fortunato a essere qui».

Alta tensione

Sono circa duemila le persone in quarantena, al momento. «A casa non vogliono stare, perché non hanno acqua né un frigo. E se ci stanno, i militari si piazzano fuori a controllare. Si sta meglio nei centri di trattamento», racconta Riccardo. «Uno dei problemi è che il contagio viaggia più veloce dell’organizzazione. Il governo sta provando ad allestire hotel e case per chi è entrato in contatto con i positivi».

Il lockdown invece non ha funzionato: dopo tre giorni è scoppiata la rivolta generale. «È servito solo a dare respiro ai laboratori che hanno capacità limitata». Nella tensione generale - e ricordando i tempi non lontani dell’Ebola - la gente ha ripreso ad attaccare le ambulanze, ritenute responsabili del contagio.

Le preoccupazioni

Il virus avanza fuori controllo. «Non c’è capacità di tracciamento, nuovi focolai partono ogni giorno e in modo inspiegabile», va avanti Riccardo. «I test si fanno solo a chi è entrato in contatto con positivi. Nel mio ufficio ci hanno fatto il tampone dopo il mio caso e dopo 20 giorni c’erano ancora tre positivi». Ma il vero problema è la sfiducia diffusa verso il sistema sanitario.

«L’Ebola ha insegnato qualcosa ma ha lasciato anche brutti ricordi. La gente è spaventata. Tutti ricordano che le ambulanza trasportavano i morti, per due anni abbiamo lavorato per superare lo stigma, ma ora è tornata la paura che andare in ospedale voglia dire esporsi al contagio. Così tanta gente sta morendo per complicazioni che sarebbero curabili facilmente. Soprattutto di parto. E c’è chi si tiene i morti in casa anche per due giorni». Un ospedale dove un’infermiera è risultata positiva è stato chiuso, tanti bambini sono morti per mancanza di cure.

«La conseguenza è una tensione generale che sfocia continuamente in episodi di violenza difficili da arginare». L’ultimo è dell’altro ieri, in un carcere di Freetown, dove i detenuti hanno incendiato alcuni edifici. E la paura è che l’epidemia possa mettere in ginocchio il Paese, non solo dal punto di vista sanitario. —
 

Argomenti:cev 2020

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova