Fondatore dei Pitura Freska e bidello per 42 anni: Sir Oliver Skardy va in pensione
Per Sir Oliver Skardy, padre dei Pitura Freska, è arrivato l’ultimo giorno di lavoro al liceo Guggenheim di Venezia: «Mi dispiace lasciare la scuola, qui si imparano sempre tante cose». Quando lavorava al Conservatorio i musicisti scherzavano: «El bideo vende più dischi di noi»

Il “Grande bidello”, lunedì 31 agosto, all’ultimo giorno di lavoro prima della pensione, ha detto addio alla scuola e in particolare al Liceo Artistico Statale Guggenheim di Venezia, in Campo dei Carmini. Sir Oliver Skardy, alias Gaetano Scardicchio, 67 anni, re del reggae in dialetto veneziano prima con i Pitura Freska e poi con la sua carriera solista, per 42 anni infatti ha fatto il bidello oltre che il cantante e l’autore.
Skardy, che emozione prova?
«Non mi sembra vero, sono passati quattro decenni. Quattro decenni a lavorare ti scioccano un po’ l’esistenza. Sono contento di essere arrivato alla pensione perché molti purtroppo non ce la fanno. Ritengo sbagliato però imporre un’età per la pensione, ognuno dovrebbe essere libero di andarci quando vuole con il minimo garantito. Ridurre il lavoro in questi termini significa renderlo una pena da scontare e non è dignitoso. Se avessi potuto sarei andato in pensione prima».
Cosa le dispiace di lasciare del suo lavoro?
«Mi dispiace di lasciare la scuola che nonostante i suoi problemi è un importante luogo di aggregazione. È la mia seconda casa. Mi dispiace non poter più avere a che fare con i ragazzi che chiaramente sono la linfa vitale della scuola. Mi dispiace che non potrò più avere un aggiornamento quotidiano sulla storia, la geografia e la scienza. In una scuola quando vuoi imparare qualcosa, basta chiedere».
Com’è cambiata la scuola in questi 42 anni?
«È precipitata sia a livello culturale sia a livello sociale a causa dei tagli continui soprattutto del personale docente».
Un suo disco si intitola “Grande bidello”. Alla fine il suo lavoro scolastico è diventato anche una canzone.
«È stato il primo disco che ho fatto da solista dopo la dipartita di Pitura Freska. Sono contento di quello che ho fatto anche da solo. Chiaramente i numeri sono diversi rispetto a quelli dei tempi d’oro dei Pitura però sono riuscito a portare avanti ancora la mia musica nonostante il lavoro scolastico e nonostante lo scioglimento della mia vecchia band».
Come è nato quel disco?
«Dalle considerazioni sul successo che abbiamo avuto come Pitura Freska al Festival di Sanremo con “Papa nero”. Una volta arrivato a quei livelli speri che la tua vita prenda un’altra direzione e quando ti ritrovi, dopo Sanremo, a fare lo stesso lavoro di prima… Da lì è uscito il “Grande bidello”».
Gli studenti come sono cambiati in questi 40 anni?
«I ragazzi sono stati rovinati dagli smartphone, perché hanno perso interesse per la socialità spontanea. I giovani più istruiti e più benestanti oggi, dopo la scuola, sono costretti a scappare all’estero per avere un minimo di riconoscimento economico nel mondo del lavoro. I più poveri, invece, non hanno alternative e restano qui».
È vero che a volte i ragazzi le chiedono delle collaborazioni musicali?
«Sì. Quando posso collaboro volentieri, tenendo conto dei miei impegni. Purtroppo però sono pochi i ragazzi che suonano ancora degli strumenti, oggi. Oramai la musica viene fatta al computer».
Ma quante scuole ha cambiato in questi 42 anni?
«Sono stato al Guggenheim dal 1991 ma ho fatto anche delle supplenze in altre scuole a Venezia e a Mestre. Ho sempre scelto i licei perché in fin dei conti mi sento ancora un liceale anch’io».
Ha lavorato anche al Conservatorio.
«Sì, all’epoca, girava una barzelletta divertente: sai chi vende più dischi al Benedetto Marcello? El bideo».
È stata dura coniugare il lavoro di bidello con quello di cantante?
«Mi sono spaccato la schiena per quattro decenni. La gente non lo capisce, perché pensa che il bidello è quello che non fa un cazzo dalla mattina alla sera e che il musicista è uno che non lavora. Adesso però potrò fare musica a tempo pieno anche se il mondo è talmente peggiorato rispetto a quando ho iniziato che mi viene voglia di smettere di scrivere canzoni».
Ma la gente ha bisogno degli artisti come lei. Per ballare, per riflettere.
«Invece di essere guidati dalla felicità, saremo guidati dalla rabbia».
Lei è sempre riuscito a denunciare quello che non va con ironia.
«In effetti questo è stato il segreto di tutto quello che ho fatto. Ho sempre cercato di strappare un sorriso anche quando parlavo di questioni pesanti».
Prima del successo, ai tempi del compianto Ciuke (Francesco Casucci), con i Pitura suonavate nei cortili delle scuole di Marghera.
«I Pitura hanno cominciato proprio dal basso e nel corso della storia sono riusciti a fare tutti i palchi, tutte le piazze. Non abbiamo mai fatto grandi stadi, se non in qualche occasione assieme ad altri artisti, però siamo arrivati a Sanremo».
Cosa augura ai ragazzi che cominceranno la scuola senza di lei?
«Gli auguro di andare avanti, perché, come diceva Gramsci, abbiamo bisogno di tutta la loro intelligenza per costruire un mondo migliore».
A se stesso cosa augura?
«Di vivere altri 40 anni e di farmi dare indietro tutti i soldi che ho speso in tasse».
Se dovesse scegliere una delle sue canzoni?
«La canzone che più mi rappresenta è “Marghera” perché, nonostante questo brano abbia tanti anni, il tema ambientale rimane sempre uno dei problemi più gravi del mondo».
Quando potranno applaudirla dal vivo i suoi fans prossimamente?
«Il 7 di settembre suoneremo a Maniago, il 12 alla Sagra dea sbrisa di Tessera e il 18 Al Vapore di Marghera per la prima volta con la mia band: i Fatti Quotidiani».
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