Tante domande dietro il suicidio di Dolci

Rubano, il dolore degli amici e del sindaco. Si affievolisce la pista legata a difficoltà economiche

RUBANO. Sarebbero da ricondurre alla sfera personale le motivazioni che hanno portato Guglielmo Dolci, 48 anni, a togliersi la vita nella casa che un amico gli aveva messo a disposizione a Rubano, dopo che si era allontanato di casa, separandosi, di fatto, dalla moglie. Si sta affievolendo la pista legata ad aspetti economici e lavorativi, anche se i carabinieri sentiranno nelle prossime ore Sandro Benetti, il presidente della cooperativa “Gruppo 3A”, per cui Guglielmo Dolci lavorava. «Non so ancora nulla di ufficiale», dichiara Benetti, «perché devo ancora parlare con le forze dell’ordine. Con Guglielmo avevamo un ottimo rapporto ed era una persona splendida». Membro del consiglio di amministrazione della cooperativa che si occupa di acquisti in gruppo di prodotti alimentari, Dolci seguiva i contratti e viaggiava spesso per lavoro. Questo però non gli aveva impedito di essere per anni parte attiva e molto impegnata del gruppo di volontari di Protezione civile di Cadoneghe, dove abitava insieme alla moglie e al figlio. Willy, come lo chiamavano gli amici, era una persona solare, allegra, molto attiva, amante della musica, che aveva studiato e suonava lui stesso: così lo ricorda chi lo conosceva. Resta pertanto lo sconcerto per il gesto estremo che ha compiuto e il rammarico per non aver capito quanto profondo dovesse essere il dolore che stava vivendo. Lo stesso sentimento esternato, anche via Facebook, dal sindaco di Cadoneghe, Mirco Gastaldon, che lo conosceva da anni. Da un paio di mesi la relazione con la moglie, già in crisi, era naufragata e Guglielmo Dolci si era trasferito a Rubano, in un appartamento messogli a disposizione da un amico, che lunedì lo ha trovato privo di vita. Dolci ha lasciato due lettere, che però, a quanto pare, non motivano il suo gesto, ma indicano le sue ultime volontà, le disposizioni relative ai propri documenti e al conto in banca, ad esempio. In quella indirizzata alla ditta in cui lavorava, aveva inserito la carta di credito aziendale, perché fosse restituita alla cooperativa. Aveva quindi sistemato tutti gli aspetti pratici per non lasciare nulla in sospeso.

Cristina Salvato

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