Finto carabiniere, il truffatore è libero: «Arresto illegittimo»

Scarcerato a nemmeno 24 ore dall’arresto nonostante fosse stato bloccato in flagranza di reato. Un arresto che il giudice non ha convalidato perché, con l’esclusione dell’aggravante della minorata difesa, la norma del codice penale non lo prevede per il reato di truffa semplice, che sia tentata o consumata poco importa

Cristina Genesin
L'uomo appena bloccato dopo essersi presentato come il brigadiere Alberto Cedola
L'uomo appena bloccato dopo essersi presentato come il brigadiere Alberto Cedola

L’ennesima sconfitta della giustizia. Scarcerato a nemmeno 24 ore dall’arresto nonostante fosse stato bloccato in flagranza di reato. Un arresto che il giudice padovano Luca Dell’Osta non ha convalidato perché, con l’esclusione dell’aggravante della minorata difesa, la norma del codice penale non lo prevede per il reato di truffa semplice, che sia tentata o consumata poco importa.

Di conseguenza nessun processo per direttissima a carico dell’albanese Gertian Ibrahimi, 24 anni, l’albanese arrivato nella mia abitazione su “ordine” dei signori della truffa, uno dei tanti call center del raggiro operativi in tutta Italia suddivisi in batterie, che mi avevano contattato tramite una telefonata spacciandosi per carabinieri con l’incarico di provvedere a una notifica. Salvo poi chiedere di ritirare tutti i gioielli e contanti in mio possesso con la scusa di confrontarli con il bottino di una (inesistente) rapina, affidando l’incarico al sedicente brigadiere Alberto Cedola, il ventiquattrenne albanese finito in manette appena entrato in casa.

Il procedimento penale

«Si ritiene che l’arresto non sia stato legittimamente eseguito» scrive il giudice, spiegando che l’arresto è previsto solo nel caso di truffa (tentata o consumata) aggravata dalla minorata difesa della vittima. E, in questo caso, quell’aggravante non era stata contestata esplicitamente o non era «desumibile» dagli atti e dai verbali. «Per questo motivo (il giudice) non convalida l’arresto e dispone l’immediata liberazione di Gertian Ibrahimi» si legge nel provvedimento.

Nessun rimpatrio in Albania, almeno per il momento, come preannunciato da un comunicato della questura. Il giudice ha restituito il fascicolo d’indagine alla procura che dovrà stabilire il da farsi. Ovvero se chiudere l’indagine e spedire a processo Ibrahimi oppure cercare di scavare oltre, per identificare chi gestisce le fila dell’organizzazione. Già, perché quei call center sono in mano a “signori della truffa” che, da Napoli o da altri comuni della Campania, protetti dall’anonimato, telefonano a potenziali vittime inscenando il solito fantasioso raggiro per ripulirle del contante custodito in casa e dei preziosi, spesso anche importanti ricordi affettivi. Eppure, nonostante le tecnologie d’intelligence oggi a disposizione, si respira tanta aria di rassegnazione come se arrivare a smascherare chi tiene le fila di queste centrali del crimine fosse una missione impossibile o quasi.

La storia

Intorno alle 13 di mercoledì 7 ottobre la telefonata di un falso carabiniere per annunciare la solita frottola: era accaduta una rapina in una gioielleria in via del Santo, i tre malfattori avevano tentato di scappare con un’auto intestata a me e c’era la necessità di svolgere accertamenti. Un tira e molla durato 50 minuti durante i quali ero riuscita ad allertare la questura.

La Squadra mobile aveva provveduto a controllare la via d’accesso alla mia abitazione oltre a inviare in casa tre agenti in attesa del finto carabiniere incaricato di ritirare gioielli e soldi. L’arresto era avvenuto con il sacchetto in mano del bottino richiesto. L’indomani Ibrahimi, che vive a Valsamoggia nel Bolognese dove risulta sposato a un’italiana, era libero. E forse il call center della truffa che aveva preso di mira la sottoscritta (come chissà quanti altri) non ha mai smesso di funzionare. E magari sarà operativo pure oggi, pronto a spennare qualche altro pollo.

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