Un Athos errante nel Mediterraneo è l’eroe di Ongaro

di Nicolò Menniti Ippolito
Ha ottantanove anni, proprio come Camilleri, e come Camilleri ha tante storie pubblicate e tante storie ancora da pubblicare. E tanto Camilleri è siciliano, tanto Alberto Ongaro è veneziano fino al midollo, anche se è stato un grande viaggiatore. Non c’è da sorprendersi allora se il nuovo libro di Alberto Ongaro ha ancora a che fare con Venezia e con un altro grande amore di Ongaro, che è Dumas, ed in particolare “I tre moschettieri”. Ha scritto un critico che una pagina di Ongaro «contiene tante invenzioni narrative quante di solito si trovano in un anno intero di produzione romanzesca lorda nazionale». E del resto chi, altrimenti, avrebbe il coraggio di prendere un personaggio immortale come Athos e farlo diventare protagonista di una nuova storia, lontano da Porthos, Aramis e D’Artagnan, che lo porta in giro per il Mediterraneo e principalmente a Venezia.
“Athos” (Piemme, p.238, 6,50 euro) è il diciottesimo romanzo pubblicato da Ongaro, ma molte di più sono le sue storie, visto che è stato soggettista di fumetti (anche con l’amico Hugo Pratt), e poi sceneggiatore, giornalista, senza contare i libri nel cassetto che sono ancora tanti. Come a Simenon, anche a lui ogni tanto vibra il braccio destro, ed allora deve cominciare a scrivere. La sua è scrittura d’avventura, anche se spesso con un doppio o triplo fondo. Le sue terre sono Venezia, la Francia, l’Argentina. Il suo tempo è il periodo che va dal seicento al settecento, attraverso cui però è stato capace di raccontare quasi ogni cosa, come per esempio in “La taverna del Doge Loredan”, forse il suo libro più bello. Ma anche in “La partita”, che ha vinto il Campiello ed è diventato anche un film di successo.
“Athos” è dunque dentro questo filone principale della narrativa di Ongaro. C’è l’avventura, ci sono cappe e spade, c’è il mistero, ci sono donne e coltelli, c’è intrigo e smascheramento: c’è però anche qualcosa di diverso, una malinconia più profonda, segnata dalla scelta del più travagliato degli eroi di Dumas.
Nel nuovo libro Ongaro racconta tra la veglia e il sogno. Un Athos ormai prossimo alla morte, in attesa di notizie del figlio disperso, rivive come fosse il presente la sua prima avventura, quella che ha segnato tutta la sua vita. Comincia con un naufragio che lo porta, salvato da un cavallo, nell’isola di Malta. Qui potrebbe diventare cavaliere, ma viene attirato in una avventura ricca di incognite e tranelli, che lo porta fino a Venezia, dove si svolge la fase finale fino al disvelamento dell’intrigo.
Ongaro gioca con l’opera di Dumas, si ritaglia un angolino per aggiungere un capitolo a tutto ciò che sappiamo di Athos, di Milady e degli amici moschettieri. E torna il gusto dell’avventura anche se ormai consapevolmente estenuato. Ha detto una volta Ongaro che i suoi libri sono come i merletti veneziani «con il vuoto che sostiene il pieno: un po’ come Palazzo Ducale, con le arcate che con la loro leggerezza reggono l’intera struttura».
Ed anche questo libro è così, ricco di una fastosità e di un senso del mistero che sono molto veneziani. Ed anche la morte che si avvicina ad Athos allora quasi scompare, come se l’ultima avventura, come per Sherazade l’ultima storia, fosse sempre un modo per allontanare l’inevitabile.
Un ritornare in sella che ciclicamente si ripropone, reinventando da capo quel che è già stato inventato, in quel gioco di specchi che è sempre stato il contenuto vero dei libri di Ongaro.
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