Un occhio all’aula, l’altro alla webcam: ma al Fermi di Padova resteranno 250 studenti

PADOVA. Sono da poco passate le 10 quando Alberta Angelini invia una mail per tranquillizzare studenti, genitori, docenti e operatori: non ci sarà alcuna modifica all’organizzazione fino a quando non saranno chiare le regole, scrive, e il criterio principe per gestire le novità sarà il buonsenso.
Come per i suoi colleghi, domenica è stata una giornata difficile anche per la preside del liceo scientifico Fermi, chiamata a gestire ansie e insicurezze che si alimentavano con le notizie in arrivo da Roma. Il nuovo decreto del presidente del consiglio, si è abbattuto sulle scuole come una folata di vento su un castello di carte, rimettendo tutto in discussione.
Perché questo è stato adeguare alle esigenze di sicurezza Covid un edificio costruito a cavallo tra ’800 e ’900, composto da tre immobili con corridoi angusti, un numero infinito di scale e stanze piccole anche per un appartamento moderno, fino ad arrivare a lambire il miglior equilibrio possibile.
Una fatica che si respira dietro le mascherine e che si è concretizzata nella decisione di mantenere la didattica a distanza al 50% fin dalla prima campanella, quel tanto da non spezzare il cordone tra gli studenti e la scuola. In sicurezza: ad oggi, su poco meno di mille studenti, c’è stato un solo caso di infezione, un contagio avvenuto all’esterno.
Tutti i giorni la campanella di inizio lezioni suona tre volte, alle 8.15, 9 e 9.45, i ragazzi arrivano alla spicciolata ed entrano da uno dei tre ingressi, compreso quello di Corso Vittorio Emanuele, un tempo riservato a insegnanti e ritardatari. Una spruzzatina di gel sulle mani e via in classe: ogni due lezioni da 45’ c’è una pausa, poi si riparte.
In IV E è l’ora di matematica. La preside bussa e prima ancora di essere introdotti in un’aula minuscola, si leva un coro di sedie che striscia all’indietro sul pavimento nel più antico segno di benvenuto alla dirigente: i nove ragazzi mascherati presenti in aula schizzano in piedi, altri otto sono collegati da casa. Alla lavagna, incastrata nell’unico angolo possibile per poter essere vista sia dagli studenti in classe che inquadrata dalla telecamera per quelli a casa, la professoressa Tiziana Carron svela i misteri di equazioni e disequazioni.
«Come va?» domanda la preside ricevendo in risposta un generico «bene», quindi annuncia le «grandi novità in arrivo dal Governo», ovvero la didattica a distanza lievitata al 75%. «Voi cosa preferireste?» chiede ancora. La risposta collettiva è inequivocabile: «Meglio stare a scuola, a costo di essere dimezzati» invocano.
Ad oggi, delle 42 classi, solo le quinte fanno tutta la didattica in presenza, per garantire il supporto più adeguato in vista dell’esame di maturità recuperando gli effetti di una «quarta molto lacunosa», mentre le altre classi sono state “spaccate” in due: metà degli studenti in presenza e metà a casa. Ma, convengono la preside e i ragazzi, questa soluzione sta creando particolari difficoltà nelle prime: «Stando a casa si capisce meno, siamo molto più produttivi quando siamo in classe» sostengono Chiara, Adele e Fatou «finora abbiamo conosciuto solo metà dei compagni, se mai ci riuniranno, saranno degli sconosciuti».
Già, i ragazzi, ridotti da questa epidemia alla stregua di sedicenti untori da tempo libero, a numeri da far quadrare, mentre poco si è parlato delle aspirazioni di studenti che hanno saputo distinguersi in ambiti quale la programmazione aerospaziale, come avvenuto al campionato di mondiale di Zero Robotics. E che ancora aspirano a imparare.
Al piano terra, in fondo al corridoio, lunghe strisce di nastro adesivo colorato indicano la strada, disciplinando il senso di marcia; in V sezione Asa, il professor Giuseppe Zampieri parla di raggi cosmici, tema d’interesse alla maturità, nonché del Cosmic day che si terrà la settimana prossima. I piedi dei ragazzi posano su grandi X blu, una per ogni studente. Lo spazio è contingentato, non si scherza. La preside riprende bonariamente i pochi che non indossano la mascherina «so che è fastidiosa» ammette, chiede di raccontare qualcosa di bello – «niente» risponde il solito burlone dall’angolo più remoto –, quindi una riflessione sui “muoni” con il prof e suona la campanella.
In aula magna è già l’ora dell’assemblea dei rappresentanti di classe, anche qui, una parte in presenza, un’altra da casa. La preside prende la parola, si congratula per la partecipazione alle ultime elezioni, «esempio di democrazia», annuncia la volontà di portare a compimento progetti nuovi, malgrado i cambiamenti introdotti dal Dpcm. Quanto alla tecnologia, rivela senza falsi pudori: «Abbiamo bisogno del vostro aiuto, perché siete sicuramente più bravi di noi».
La gestione della tecnologia è divenuta parte fondante della didattica, per cui sono stati acquistati nuovi computer mentre non si trovano più webcam. Quindi si affrontano i problemi delle diverse piattaforme: «È importante che ci siano un paio di persone per classe addette alla manutenzione digitale» aggiunge il professor Zampieri responsabile del team digitale che insiste «mi raccomando le password, segnatevele sulla carta, se gli antichi non avessero scritto sulle pergamene non ci sarebbe stato tramandato nulla».
Prima di uscire la preside lascia ai ragazzi un messaggio di speranza: «Leggete il verso 139 del 34esimo canto dell’Inferno». E quindi uscimmo a riveder le stelle. —
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