Un parroco semplice che arriva dalla Caritas

PADOVA. «Accoglietemi come un povero». Si era presentato così, nel giorno della sua nomina, ai fedeli padovani. Umile, semplice, subito pronto a rinunciare ai titoli e alle forme: «Chiamatemi don Claudio», ha detto, «nel Vangelo non ci sono titoli». Così Claudio Cipolla, nuovo vescovo di Padova, aveva sgombrato subito il campo dalla domanda che tutti si facevano: perché papa Francesco ha scelto lui, parroco di un’altra regione, e non uno del pur nutrito gruppo di “papabili”? «Ha scelto me perché non ho mai avuto ambizioni di carriera», è la risposta che si è dato don Claudio. «Ho passato la vita a servire la mia comunità, in parrocchia e alla Caritas».
Nato l’11 febbraio 1955 a Goito, in provincia e diocesi di Mantova, Claudio Cipolla ha sentito la chiamata fin da piccolo. Già alle medie era alunno del Seminario Vescovile di Mantova. Poi ha frequentato le scuole superiori e lo Studio Teologico dello stesso seminario e il 24 maggio 1980, a 25 anni, ha ricevuto l’ordinazione presbiteriale nella basilica di Sant’Andrea, la stessa dove il 27 settembre scorso è stato ordinato vescovo.
Dal 1980 al 1989 è stato vicario della parrocchia di Ognissanti a Mantova. Nel 1988 è entrato a far parte del mondo degli scout cattolici dell’Agesci, prima come assistente della branca esploratori e guide (fino al 1990) e poi (dal 1989 al 1992) come assistente provinciale. Si ricordano ancora i progetti che in quel periodo portarono gli scout lombardi in Burundi. Nel 1989 è diventato vicario della parrocchia dell’Assunzione della Beata Vergine Maria in Medole. Nel 1990 viene nominato direttore della Caritas diocesana, incarico che ricoprirà ininterrottamente per quasi 19 anni, lasciando un segno profondo. Fu forte la sua presa di posizione a proposito dell’elemosina con un documento nel quale si sosteneva che «se davvero vogliamo aiutare le persone in difficoltà dobbiamo proporci a loro in termini nuovi. L’elemosina tradizionalmente intesa non è più sufficiente a risolvere i problemi, oggi occorre farsi prossimo per intervenire. I nuovi poveri hanno bisogno di strutture di accoglienza». È nel 1998, invece, che diventa parroco di Sant’Antonio di Porto Mantovano, la sua parrocchia, quella nella quale mette radici per diciassette anni e dove, anche grazie a lui, oggi c’è una comunità di suore provenienti dal Burundi, della congregazione Bene Umukama (“Serve del Signore”). Chiusa l’esperienza nella Caritas, nel 2008 diventa Vicario episcopale per il settore Pastorale e poi, un anno dopo, anche membro del collegio dei Consultori, dal 2010 del Consiglio Pastorale diocesano e della Commissione per la Formazione permanente del clero (dal 2012). E ancora: è moderatore generale del Sinodo Diocesano, incarico che gli permette di prendere posizione in modo ancora una volta significativo: «Preferisco una chiesa acciaccata che va in mezzo alla gente piuttosto che una chiesa ordinata che sta a casa sua. Noi puntiamo a raggiungere il maggior numero possibile di cristiani superando i classici ruoli gerarchici». Nel 2014 diventa anche membro “ratione officii” del Consiglio Episcopale e del Consiglio Presbiterale. Il 27 ottobre del 2011 gli è stato inoltre concesso il titolo di “Cappellano di sua Santità”. Tra gli altri incarichi, è stato poi responsabile diocesano per la preparazione dei convegni nazionali della Chiesa italiana a Palermo (1995) e a Verona (2006) e membro della delegazione diocesana agli stessi convegni.
Il suo è stato sempre un impegno in prima linea, un lavoro nelle frontiere della chiesa. E anche da vescovo don Claudio promette di continuare su questa strada. Ancora prima di arrivare a Padova ha messo in ordine i suoi obiettivi: fraternizzare con i tanti preti della diocesi (sono circa 700, ai quali si aggiungono 49 diaconi permanenti, 2.050 religiose e 350 religiosi), andando a conoscerli tutti; dedicare tempo ed energie ai poveri; mettersi al servizio delle comunità «perché queste siano vive, fraterne, attive e impegnate e non soltanto luoghi formali di incontro». Troverà una diocesi fortemente strutturata, ma promette di inserirsi senza protagonismi. «Vorrei non essere tanto visibile», dice. «Il mio è un ruolo di servizio. Voglio restare quello che sono. E voglio guidare la diocesi in continuità con tutto quello che di buono si sta già facendo». Ma il suo segno, c’è da scommetterci, si vedrà presto, anche qui.
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