Una sterminata foresta teatro di guerre e soprusi

Un confine naturale. Un confine sancito dal nome stesso dell’abitato: Caput Silvae, l’inizio di un’estesa foresta inospitale, disseminata di stagni e acquitrini, che probabilmente si estendeva fino all’Adige. Ma anche un confine nel tempo, oltre che nello spazio: quel nome latino da cui deriva l’attuale Conselve segnala trascorsi romani, dei quali peraltro sia la natura che i barbari passati da queste parti dal ’500 in avanti hanno cancellato ogni traccia. Di fatto, la prima documentazione scritta del paese risale alle soglie dell’anno Mille, per la precisione al 954, quando il duca Almerigo fa dono alla chiesa di alcuni terreni siti lungo la via Annia, nominando espressamente la zona di “Caput Silvae”.
Ma in realtà una ricostruzione attenta consente di individuare tracce dell’abitato già un paio di secoli prima, quando buona parte del Veneto è controllata dai Franchi, che suddividono il territorio in marche (così chiamate perché a capo c’è un marchese, dal quale dipendono duchi e conti); e Conselve si trova aggregata alla Marca trevigiana, dalla quale dipende per oltre un secolo; quindi ne viene staccata assieme a parte del Padovano, e posta sotto la giurisdizione del conte Alferisio Maltraversi. Agli inizi del 900 subisce l’ultima calata barbarica, quella degli Ungheri, non meno devastanti e feroci dei loro predecessori; e anche in vista di possibili nuovi guai, quando se ne vanno, i feudatari dell’epoca, i Lazara, fanno costruire un castello.
Un po’alla volta la zona si riprende, grazie soprattutto alla capillare opera di bonifica e di recupero fondiario promossa dai monaci benedettini, che a Conselve costruiscono inoltre un ospizio per poveri e pellegrini intitolato a Santa Maria.
E tuttavia l’aria torna a farsi calda nel Duecento, soprattutto per colpa degli Ezzelini, un clan arrivato dall’area tedesca al seguito dell’imperatore Corrado II il Salico. È uno di loro a far pagare dazio a Conselve: avendo sposato Selvaggia, figlia naturale dell’imperatore Federico II, Ezzelino III utilizza il biglietto da visita dell’augusto suocero per incamerare terre e beni di ogni genere. Ne fa le spese, a Conselve, tale Raniero ( “homo ricco, nobile e potente”, spiega una cronaca dell’epoca), che si è permesso di criticare il comportamento del tiranno, accusandolo pure di arricchimento indebito: convocato da Ezzelino, viene sbrigativamente condannato alla decapitazione. E va appena appena meglio a un ricco mercante locale, conosciuto come “Pelegrìn” per i suoi ripetuti viaggi commerciali, per il cui patrimonio l’intervento del despota si rivela più devastante di quello dei tanto criticati “studi di settore” odierni.
La relativa quiete subentrata alla cacciata di Ezzelino da Padova e dai suoi territori, Conselvano incluso, viene di nuovo pesantemente spezzata nel 1325, quando nel quadro delle guerre tra i Carraresi e i veronesi, Cangrande della Scala saccheggia l’intera zona e prima di andarsene la mette a fuoco. Quindici anni dopo, un documento che riporta la testimonianza di cinque monache riferisce che le terre dell’area sono ancora “steriles et incultae”, quindi improduttive. Deve arrivare Venezia per respirare un po’ di tranquillità duratura. Conselve viene posta a capo di una “vicarìa” in cui sono inclusi comuni che vanno dalle porte di Padova (Albignasego e Ponte San Nicolò) fino ai confini meridionali della provincia (Anguillara e Concadalbero), per un complesso di quasi 36mila abitanti. Primo vicario della serie è Nicolò de Lazara. Arrivano anche qui le famiglie patrizie della Serenissima: nel 1518 i Garzoni commissionano a una delle più prestigiose firme dell’architettura dell’epoca, Jacopo Tatti detto Sansovino, la realizzazione in località Pontecasale di villa Lazara di Palù. Quando la Repubblica si estingue, arrivano in rapida successione i francesi di Napoleone e gli austriaci; e sono comunque tempi cupi per la gente del posto, spremuta da continue richieste di tasse, imposte e prestiti forzosi, ma anche da requisizioni di cavalli, carri, frumento, vino, legna, foraggi, mobili, perfino scarpe e vestiti. C’è anche una piccola quanto inutile ribellione contro il sovrintendente alle finanze Fortis, che il 27 giugno 1797 intima il sequestro delle “argenterie superflue”. I francesi in particolare si rivelano micidiali: gli ufficiali del comando insediato a villa Sagredo, oltre a saccheggiare abbondantemente l’edificio degli oggetti di pregio, arrivano a usare come legna da ardere diversi mobili antichi. Più sobri si rivelano gli austriaci, che sollecitati dall’arciprete dispongono nel 1863 la costruzione di un ospedale; anche se le vicende storiche (tre anni dopo il Veneto passa all’Italia) ne vedranno il completamento solo nel 1901. Il vento del 1866 vede Conselve italiana retta da un primo sindaco di nomina prefettizia, Antonio Fante. Agli inizi del Novecento il primo cittadino dell’epoca, Vittorio Franzolin, cerca inutilmente di farsi sentire e soprattutto aiutare dal governo per un piano edilizio che elimini la miseranda realtà dei tanti casoni di terra e paglia in cui ancora abita tanta parte della popolazione. La Grande Guerra impone il copione forzato di ogni conflitto, di cui anche Conselve paga il conto con 175 soldati morti, oltre alle vittime civili. I reduci, tornando a casa, trovano solo rovine e miseria; c’è il mercato nero, dove un uovo arriva a essere pagato anche 60 lire a fronte di un prezzo normale di 5; si susseguono scioperi, manifestazioni, violenze. Con la seconda guerra mondiale, lo spartiacque dell’8 settembre 1943 vede anche a Conselve un ruolo attivo della Resistenza: qui si costituisce la Brigata Azzurra, comandata da Modesto Violato cui si affianca Luigi Varotto. E ci sono anche giovani vittime, fino all’ultimo: Mario Puozzo, di appena 18 anni, viene fucilato il 29 aprile 1945, poco prima che le truppe inglesi entrino a Conselve. Inizia così un dopoguerra prima di ricostruzione, poi di intenso sviluppo che aggancia anche la zona al dinamismo del miracolo-Nordest.
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