Vigodarzere sorta dove gli argini bloccano la furia delle acque dei fiumi

Presidio romano alle porte di Padova, sarà poi accampamento di tutti gli eserciti che nei secoli muoveranno guerra alla città
BELLUCO-FOTOPIRAN-VIGODARZERE-LA CERTOSA
BELLUCO-FOTOPIRAN-VIGODARZERE-LA CERTOSA

Francesco jori

È come una pianta che attira i fulmini, e d’altra parte ce l’ha scritto nel nome stesso: “vicum agger”, dove “agger” in latino non sta solo per argine ma anche per terrapieno. Due significati che nel caso specifico si tengono, per ragioni geografiche: non può che chiamarsi così, un villaggio posto tra il Brenta e il Muson dei Sassi, e che dunque deve erigere dei baluardi artificiali per tenere a bada i due fiumi, ma che al tempo stesso diventa un luogo fortificato, a causa della posizione strategica che ricopre.

L’odierna Vigodarzere in epoca romana si trova alle porte di una città affermata come Padova, tra le principali dell’impero; e al tempo stesso è sulla testata dell’Aurelia, la grande strada dell’epoca che porta alla roccaforte di Asolo, e al bivio con la direttrice dell’odierna Valsugana che attraverso Bassano porta verso nord, verso le terre di là delle Alpi: di quest’ultimo ruolo c’è traccia nei nomi di Tavo (che significa ottavo miglio) e Santa Maria di Non (dove il “Non” è l’abbreviazione di nono miglio).

Di qui passa infine il ramo minore del Medoacus, l’odierno Brenta; o meglio passava, perché una serie di catastrofi climatiche nel 589 dopo Cristo cambiano il corso di molti fiumi: il Bacchiglione si trasferisce più o meno sul letto del Medoacus maior entrando in Padova, e quest’ultimo passa al posto del “minor”, formando una grande curva eliminata poi nell’Ottocento con un taglio rettilineo, sul quale verrà gettato un nuovo ponte.

il presidio romano

Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per veder sorgere una stazione militare romana, sede di una guarnigione che presidia l’importante snodo stradale su cui passano armi e merci; e attorno viene crescendo il “vicum”, il villaggio sede di un’intensa vita anche civile, come dimostrano i ritrovamenti di tessere di mosaico e resti di anfore e di mattoni nell’intera zona.

Ma pressoché tutto viene spazzato via nel VI secolo dopo Cristo, sia dalla furia delle acque che dalla calata lungo la via Postumia dei longobardi di Alboino diretti a Padova. “Vico de Arzere”, com’è diventata, si trova per sua sfortuna sulla direttrice di questo attacco, e ne paga le spese: un conto a cui si aggiunge quello di una natura abbandonata a se stessa dopo la dissoluzione dell’impero romano.

Malgrado tutto, mantiene una collocazione geopolitica interessante; e così viene scelta se non altro come accampamento-base da tutti gli eserciti che nei secoli successivi, fin quasi all’anno Mille, arrivano in zona: dai Franchi fino agli Ungari.

918, il primo scritto

Il paese si affaccia alla storia scritta per la prima volta nel 918, in un documento in cui ci si limita a far menzione dell’esistenza di un villaggio con questo nome. Intorno al 1100 vi si insedia una famiglia benestante e nobile, visto che vi costruisce un castello, e come si usa a quei tempi prende il nome dalla località: Vigodarzere. Ha solidi agganci con i poteri forti dell’epoca: è del 1122 un documento in cui figura il nome di Enrico, figlio di Gomberto, scelto dal vescovo di Padova Sinibaldo come testimone dei privilegi da lui accordati all’abbazia di Santa Maria di Carceri. E pochi anni dopo, nel 1130, i Vigodarzere risultano titolari di grandi proprietà sia nella città di Padova (in zona San Fermo), sia a Teolo. Una posizione, la loro, che viene messa pesantemente a rischio nella prima metà del Duecento dalla guerra che Ezzelino III da Romano muove contro Padova: assieme a un’altra famiglia in vista dell’epoca, i Camposampiero, i Vigodarzere si schierano contro di lui, e ne pagano le spese quando le sue truppe occupano Padova. Vi rimarranno una ventina d’anni.

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