Voltabarozzo, la crisi chiude l’ultima cartoleria

Il titolare Stefano Luise getta la spugna. E si sfoga in una lettera aperta: racconta la sua vicenda comune a tanti imprenditori strozzati dalle banche

VOLTABAROZZO. Nonostante sia uno dei quartieri più grandi e popolosi della città, Voltabarozzo non ha più una cartoleria. I bambini delle tre scuole che s’affacciano su via Vecchia (la scuola materna Aporti, la scuola elementare Nievo e la scuola media Stefanini) dovranno ripiegare su altri negozi, o quartieri, per comprare penne, quaderni, matite colorate e tutto il corredo che riempie quotidianamente i loro zainetti. Fino a poche settimane fa, il negozio di via Piovese, nel cuore commerciale della “Volta”, era una certezza. Alla gestione si erano avvicendati diversi proprietari: l’ultimo, Stefano Luise, 54 anni, di Vigonza, ha deciso di chiudere il 30 settembre scorso dopo 12 anni di attività. Con la fine dell’anno ha fatto i bagagli, lasciando spazio, questa volta, al negozio di biciclette “Cicli Fabiana”, che aprirà nei prossimi giorni. Dietro la chiusura, una delle tante, drammatiche storie umane che la crisi ha portato allo stremo. Luise ha racchiuso la sua in una lettera aperta, nella speranza che qualcosa si muovesse. L’apertura del negozio era arrivata nel 2001, dopo 25 anni in serigrafia. Nei primi tempi, con la cartoleria «andava discretamente bene» poi nel 2004, racconta l’ex titolare, arrivò «la sensazione che stesse cambiando qualcosa, nell'economia e nel mio conto». Inizia così l’odissea che ha portato a una serie infinita di ostacoli, fino alla cessione dell’attività. Nel 2009 un controllo dell’Agenzia delle Entrate, «con relativa stangata». In quello stesso anno, venne licenziata la moglie, costringendo a dura prova la famiglia, formata dalla coppia e da due figlie non ancora indipendenti. Nel 2011 il colpo più pesante: la banca lo obbliga a rientrare nel “fido”, una spada di Damocle che sta mettendo in crisi molti imprenditori: l’istituto di credito eroga un prestito che può revocare in qualunque istante, nel momento in cui, a giudizio della banca, non sussistano più le condizioni per dare fiducia al cliente. «Dissi che non mi lasciavano nessun margine di manovra, strozzandomi» racconta l’ex negoziante, ma a poco è servito. Così, quest’anno, la decisione di chiudere il negozio, che ormai l’aveva costretto ad accumulare debiti su debiti. Stefano Luise parla di usura bancaria e anatocismo, parole nuove per molti, ma che lentamente stanno diventando l’incubo di tanti piccoli imprenditori. A casa Luise rimane una famiglia straziata dai drammi personali e legati alla crisi: la moglie ha ritrovato lavoro, ma a Camposampiero, dove ha dovuto trasferirsi, riservando ai propri cari un solo, prezioso giorno a settimana. Come se non bastasse, un parente stretto della famiglia allunga le ormai interminabili fila dei suicidi per crisi: il cugino si è tolto la vita l’anno scorso, con un colpo di pistola.

Silvia Quaranta

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