Con Biadene nel labirinto della vita di Daniélou
Documentario del regista veneziano sul musicologo che divulgò la cultura indiana nel mondo

PADOVA. La musica come strumento privilegiato per il dialogo interculturale e la conoscenza tra i popoli: se oggi Venezia continua a mantenere la vocazione e il ruolo di porta d’Oriente lo si deve anche a una figura come Alain Daniélou, intellettuale francese che ai primi del ‘900 ha voluto esplorare storia, tradizioni e filosofie di vita indiane. Alla straordinaria parabola del fondatore dell’Istituto internazionale per gli studi di musica comparata della Fondazione Cini (cui lasciò in eredità oltre 200 manoscritti in sanscrito), viene dedicato un documentario a firma del regista veneziano Riccardo Biadene. Dopo l’anteprima assoluta al Biografilm Festival di Bologna, la pellicola, intitolata “Alain Daniélou. Il labirinto di una vita” sarà presentata domani al River Film Festival di Padova (ore 20) e sabato 1 al cinema Rossini di Venezia (ore 20). Nel primo caso la proiezione sarà seguita dallo spettacolo di danza classica indiana “Nataraja, omaggio al Dio danzante” con Marianna Biadene e Atmananda, mentre a Venezia domenica, al Teatro la Fenice è in programma il concerto di musica classica indiana in trio con la straordinaria partecipazione di Bahauddin Dagar alla rudra veena, uno dei più antichi sturmenti cordofoni indiani (ore 20, ingresso 25 euro). Riccardo Biadene, che è anche direttore artistico del Summer Mela a Roma, oltre che giurato dei David di Donatello, sugellando 4 anni di lavoro ripercorre in questo documentario il viaggio di vita di Daniélou, con cenni biografici, testimonianze dirette, musiche, suggestive foto d’archivio e letture dall’autobiografia dell’indologo francese “La via del Labirinto”. Un tuffo nella cultura indiana, esplorata a partire dagli anni ‘30, ma non solo.
Biadene, a cosa si deve la scelta di questo soggetto?
«Quella di Daniélou è una figura molto particolare, intellettualmente provocatoria, non possiamo non riconoscergli una profonda onestà e un’inclinazione e mettere in discussione i dogmi consolidati, anche i propri, che di norma è una buona pratica. Mi sono confrontato con l’enorme difficoltà di produrre un lavoro di sintesi scegliendo la forma del viaggio, musicale e geografico. Il racconto parte dalla Bretagna, terra d’origine, e accompagna lo spettatore in India, a Berlino, Venezia e Roma. L’inizio è lineare ma la struttura del documentario è labirintica, ho scelto di potenziare la stessa metafora scelta da lui in relazione alla vita, anche dal punto di vista formale e linguistico».
Viaggiatore, musicista, intellettuale, omosessuale dichiarato, ballerino, figlio di un ministro socialista e fratello di un cardinale: chi era Daniélou?
«Oggi viene riconosciuto come grande musicologo (nel 1950 curò la prima collana di world music classica per l’Unesco), ed è una figura che ha saputo divulgare la cultura indiana nel mondo. Ma è soprattutto una persona ha trovato altrove un’eco profonda di sé, animato da una passione intellettuale e sensuale, senza mai disgiungere mente, cuore e spirito. Anche per questo, forse, ha trovato se stesso nello shivaismo. Ha scelto le arti, la danza e la musica, come forme di comunicazione, mantenendo un certo retaggio europeo, mai ostracizzato».
Quanto la cultura indiana è ancora aliena al nostro modo di pensare concepire la spiritualità e la vita in Occidente?
«Non si può parlare realmente di cultura indiana, considerandola un corpus unico. L’impressione di chi frequenta il paese è che, nella lettura del mondo e nei principi che determinano l’azione, le categorie che governano la vita in India non siano omologhe a quelle di qui, le differenze sono ancora notevoli».
Che ruolo ha Venezia in questo dialogo interculturale?
«Resta fondamentale, lo dico anche da veneziano, è una porta sull’Oriente, lo è per la sua storia, ma anche nelle sue forme estetiche e per l’orizzonte a cui si rivolge. L’incontro di culture quando avviene a un livello alto lascia germogliare dei semi, così avviene a Venezia. La storia ci governa in modo più consistente di quanto appaia».
(ma. mar.)
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