Cortellesi e Albanese tra coriandoli di Veneto

TREVISO. Tre province diffuse, sbriciolate come la granella di mandorle sulla torta. Un tiramisù al fiele con granella di Veneto. Questo è il film “Mamma o papà?” che nelle ultime ore è approdato sugli schermi cinematografici, anche quelli della provincia veneta, con un impatto per nulla trascurabile sulle coppie con figli in preavviso di divorzio. Siamo andati, comodi-comodi, a vederlo al cinema Corso di Treviso, città che si divide una grossa fetta delle ambientazioni o, come si usa dire in questo specifico caso, location. La sala, ieri pomeriggio, non era piena, ma si prennuncia un seguito più consistente di spettatori, visto che il tam tam è già partito.
La storia è quella di due genitori che divorziano. Ma è un divorzio di lusso tra un ingegnere capo (lei, Paola Cortellesi) e un ginecologogo ospedaliero (lui, Antonio Albanese). Ci aspettavamo, a dir la verità, una maggiore “logica” nella successione delle location, un filo conduttore che ci portasse in giro, di volta in volta, per le strade di Treviso o per le suggestive - da un punto di vista della fotografia - strutture della chimica di Marghera. Invece abbiamo scoperto, appunto, un collage, una pioggia di coriandoli conditi da lunghe scene di interni che certo alla produzione hanno abbattuto i costi e al regista Riccardo Milani hanno semplificato la vita e il lavoro.
Oltre alle scene girate a Treviso e a Marghera, ci sono spizzichi rubati alle bancarelle del mercato di Venezia (infilate tra inquadrature realizzate a San Parisio, che con il suo “portale” ben definisce un “brano” del film), c’è un non meglio identificato ospedale di Vicenza in cui ci è sembrato di riconoscere invece l’ingresso del cosiddetto monoblocco di Padova. Sempre di vicentino abbiamo visto - forse - l’ingresso di palazzo Chiericati, sede museale, che diventa l’ingresso della scuola cui sono iscritti due dei tre figli della coppia di separandi.
Treviso appare invece in varie salse. Nella scena in cui i due genitori, che si “sbranano” per evitare la custodia dei figli, vanno a prendere dai carabinieri i figlio “vandalo”, invece di ritrovarci davanti al comando di via Cornarotta, che pure ha una sua sobria monumentalità, ci scopriamo all’ingresso posteriore di Ca’ Sugana, con tanto di targa “Comando provinciale carabinieri”. Più oleografica la scena di una passeggiata padre-ultimogenito in Pescheria, con tanto di inquadratura totale della cosiddetta “astronave” ideata dall’architetto Toni Follina. Assaggi, tasselli, granella di provincia, insomma. Contrapposti a tubi, scalette in metallo e atmosfera postindustriale della splendida - sempre da un punto di vista cinematografico - Porto Marghera. Il tutto per accompagnare in modo meno crudo una vicenda familiare e di coppia che di suo è già abbastanza spinosa e che, portata nella morbida provincia veneta, ferisce un po’ meno.
Infine un accenno alla parlata dei protagonisti. Che hanno un accento veneto lieve ma credibile come quello romanesco di Celentano quando fece “Rugantino” o “Er più”. Cortellesi e Albanese, comunque, bravissimi a reggere il film.
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