I regali sono un gesto semplice per condividere sé stessi, non un modo per verificare i propri sentimenti

Regalo che hai, personalità che trovi. I doni che riceviamo sono parte del modo di essere di chi li invia, li offre, li manda, un incrocio di modi di comunicare attraverso i regali che riceviamo e facciamo.
È tempo di strenne, quell’andirivieni rituale che ha il Natale, un evento che si porta dentro la spiritualità della Natività e nello stesso tempo il culto del regalo, uno scambio emotivo, razionale, istituzionale, spontaneo o forzato che ha proprio nello scambio di auguri e doni lo scopo di veicolare un tributo alla nascita simbolica e al transito di un anno nella sua sintesi.
Cosa e come regaliamo, essendo l’espressione dei nostri “intenti” verso l’altro, è chiaro che si porta dentro anche la nostra parte culturale e psicologica. Braccino corto, difficoltà a donare, tendenza all’insofferenza verso questo rituale, sono sicuramente declinabili a molte personalità che tendono a dover “monetizzare” le loro azioni: donare è in fondo togliere qualcosa da ciò che hanno; egoismo nascosto da un insolito pragmatismo riguardo un mondo ampio e variegato, ed è per questo che la solidarietà spesso ha difficoltà ad essere un territorio più esteso.
Regali piccoli, contabilizzati, presi all’ultimo momento, distrattamente, con fatica, non tanto per paura di spendere, ma semplicemente perché l’altro, in quanto tale, per molti non è importante, significativo, regalare un sorriso, fare qualcosa che fa piacere a prescindere da una restituzione può essere un problema.
Ci sono bambini che non ricevono regali, che ricevono poche carezze, che vengono lasciati dentro una visione utilitaristica, ossia che il regalo non serve, è inutile.
In realtà il problema non è il regalo se serve o meno, ma il perché c’è e avviene, è un gesto semplice per dire all’altro che sei nella mia vita, attraverso questo regalo tento di darti qualcosa di me.
I regali ai bambini riguardano i loro sorrisi, il loro stupore, l’emozione e la sorpresa, lo scartare con gioia le carte colorate, che coprono i pacchi, il rumore della carta ed il colore dei nastri, tutto per i bambini è regalo.
Per i bambini di Aleppo, o dei paesi distrutti dalle guerre e dal terremoto, i regali possono essere un bicchiere di aranciata, una penna o un quaderno per disegnare, un piccolo pacchetto che ricordi i Natali senza le macerie.
Ci sono poi gli avidi e gli egocentrici, ci sono gli istituzionali, tutti coloro che nel regalo cercano devozione, riconoscimento, sottomissione al potere, il regalo stabilisce qualcosa con chi li sovrasta.
I regali però non possono essere l’ossessione di una verifica reale di che cosa proviamo, non possono essere degli indicatori, soprattutto quando la verifica è nei sentimenti, tra genitori e figli, tra marito e moglie, tra fidanzato e fidanzata, il regalo non può diventare la misura dentro la quale vogliamo far stare la nostra storia, né il riconoscimento della verità di quanto siamo importanti per l’altro.
Nei regali di Natale ci sono i significati più disparati, sicuramente il regalo è la destinazione di un messaggio tangibile, fisico e concreto, e non dobbiamo spaventarci di questo significato, soprattutto in tempi forzatamente virtuali, perché il regalo è un gesto fisico che fa incrociare emozioni tra chi dà e chi riceve.
Il regalo infine riciclato è l’ultima spiaggia di una sorta di raggiro, di sotterfugio, della bugia che diciamo nel gesto che compiamo, è un po’ come delegittimare la persona che quel regalo ci ha fatto, un riciclaggio inutile, perché in fondo nel rito dei regali non si butta niente, soprattutto quando dentro le scatole ci mettiamo il cuore.
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova








