L’illusione della ricchezza facile «Ma Adria non era Wall Street»
padova. «Adria non è Wall Street e né io, né i miei colleghi somigliavamo a quegli squali che governavano i grandi fondi di investimento. Eravamo dei ragionieri vestiti da ragionieri che fino al giorno prima sognavano solo la tranquillità di un posto fisso in banca e che ora si ritrovavano a fare trading senza sapere bene neppure cosa volesse dire. Fu come regalare un bazooka a dei bambini e dire loro di giocare a fare i cow boy». Gabriele Andriotto racconta così nel libro “La vita che mi spetta” l’origine della sua caduta, gli anni in cui in Veneto la ricchezza sembrava acquisita per sempre, l’euforia per i giganteschi guadagni provenienti dal mondo della finanza, l’illusione collettiva che essi fossero alla portata di tutti. Poi c’è stata la crisi e il brusco risveglio. E più tardi ancora c’è stato il tracollo delle banche venete con l’azzeramento dei risparmi di parte della classe media. Questa, certo, è un’altra storia. Ma nella vicenda di Andriotto si colgono i segnali premonitori di quello che sarebbe successo nel tessuto economico e sociale veneto di lì a una manciata di anni.
Il bancario racconta la frenesia di investire in Borsa i soldi dei clienti. I bancari dovevano misurarsi con nuovi strumenti finanziari e per questo la direzione organizzava riunioni, senza però mai scendere nei particolari. E nessuno faceva domande. Perché mai poi? «In fondo i clienti erano soddisfatti e l’istituto di credito si consolidava. Non contava che questo». Ancora: «Gli investimenti continuavano a ritmi folli e io gestivo decine di miliardi di lire. Era un contagio collettivo. In paese c’era perfino chi aveva smesso di lavorare per fare trading a tempo pieno». Ma il disastro era nell’aria. «Riuscimmo a non farci male, ma solo per un po’», dice Andriotto al giornalista Andrea Priante, autore del libro. Poi crollano le Torri Gemelle e le Borse europee bruciano miliardi su miliardi. «Mi sentivo responsabile: ero stato io a suggerire quegli investimenti», confessa Andriotto. Che cerca di preservare l’illusione. Per qualche tempo ci riesce, recuperando le somme di molti risparmiatori. Poi la banca se ne accorge ed è la fine. Nei documenti d’indagine raccolti da Priante, non c’è traccia che Andriotto abbia intascato soldi non suoi, anche se alcune stranezze sulla gestione dei fondi restano. L’uomo è stato licenziato dall’istituto di credito e oggi lavora come impiegato amministrativo in un’associazione. «Sono tornato alla normalità», afferma. «Con molta fatica», aggiunge. Ed è rientrato in Veneto: «Avevo creduto che rimanere ad Adria significasse lasciarmi imprigionare di nuovo e invece era bastato dire la verità perché la gabbia si dissolvesse. Sono le bugie e la vergogna, le uniche catene». —
S.T .
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