«Mille facce di una città»: Padova ritrova i volti dei suoi vecchi abitanti
In Galleria Cavour, l’incredibile collezione dell’Art Foto Tagliapietra, cinquant’anni di storie e di persone. Che ora cercano parenti e conoscenti: ecco come funzionea

Dietro ogni volto un passato, dietro ogni passato una storia. È stata inaugurata ieri e rimarrà aperta al pubblico fino al 15 marzo la mostra Mille facce di una città, che troverà dimora nelle prossime settimane negli spazi della Galleria Cavour nel centro storico di Padova, a due passi dal Caffè Pedrocchi.
Un’esposizione che riporta alla luce un’importante fetta dell’immenso archivio fotografico dello studio Art Foto Tagliapietra, storica bottega di fotografia ritrattistica di via Gorizia a Padova, dove erano conservati i negativi di fotografie di 240 mila padovani eseguiti a partire dagli anni’50 del secolo scorso fino all’inizio del nuovo millennio.
Un inedito viaggio che permetterà ai visitatori di riscoprire un mondo oggi ormai scomparso e legato solo alla memoria di chi c’era. Ma a rendere la mostra ancora più affascinante c’è l’incredibile possibilità di trovarci un parente esposto. Si tratta infatti di un immenso patrimonio fotografico che rischiava di finire al macero e di perdersi per sempre: e invece volti, sorrisi, gioielli, abiti e acconciature immortalati da una fotocamera decenni e decenni fa sono stati salvati e hanno resistito allo scorrere del tempo arrivando fino ai giorni nostri grazie a questa esposizione. La mostra svela poi, grazie a pezzi unici d’antiquariato, i segreti di una bottega di un fotografo ritrattista del secolo scorso.
Il progetto

Il progetto è stato ideato da Arteam Ats, associazione culturale la cui attività è rivolta allo sviluppo di progetti che valorizzino archivi fotografici analogici e digitali. Il curatore è Richard Khoury, fotografo e figlio dell’ultimo titolare dello studio Tagliapietra, che con commovente determinazione negli anni ha salvato e catalogato questo immenso patrimonio di 240 mila foto, a cui sogna in qualche modo di dare almeno in parte un nome.
Per ovvie ragioni di spazio di queste 240 mila foto ne sono state selezionate mille che saranno visibili grazie a una grande installazione di due metri di altezza per otto di lunghezza. E a queste negative sarà possibile ridare anche vita: grazie a un’applicazione utilizzabile durante la visita si potranno infatti vedere anche le positive delle stesse fotografie.
Il gioco interattivo permette al visitatore di scoprire i volti che si nascondono nelle negative, con la possibilità di riconoscere nella persona ritratta un vecchio conoscente, un genitore, un nonno. Oltre all’installazione ci sono poi ventidue pannelli tematici con positive che vanno dagli anni ’60 ai ’90: ritratti di famiglia, foto di comunioni, coppie di fidanzati, bambini. E il bello è che se nel secolo scorso un parente è passato per questo studio, c’è la concreta possibilità di trovarselo lì esposto.
Partecipazione attiva

L’invito infatti è quello di partecipare attivamente alla mostra portando e segnalando eventuali fotografie ritrovate in qualche cassetto che sono state realizzate dallo studio Tagliapietra, per dare un nome almeno ad una parte delle infinite foto anonime che ci sono.
Fino agli anni ’80 il ritratto per fototessera era considerato dalle persone dell’epoca un rituale di grande importanza. A quei tempi una singola fotografia era qualcosa di raro e prezioso e donne e uomini si recavano dal fotografo con l’abito della domenica e dopo un passaggio dalla parrucchiera o dal barbiere. Gli stessi fotografi sceglievano con cura maniacale la luce migliore per valorizzare il volto, consapevoli che quello scatto sarebbe poi rimasto con il cliente per molti anni, se non addirittura tramandato per generazioni.
Oggi ormai questa tradizione fotografica è quasi dimenticata, ma le immagini raccolte sono uno straordinario spaccato storico e antropologico della città di Padova. «Un tempo una persona non aveva praticamente un’identità prima di essere passato dal fotografo» racconta Khoury.
«Questa collezione tecnicamente appartiene a me, ma in realtà è di tutti i padovani. Questo progetto, che sfocia in questa esposizione, ha richiesto tre anni di lavoro ed è qualcosa di mai visto prima. Padova ha circa 210 mila abitanti, nel mio archivio ho 240 mila persone: i vostri genitori o i vostri nonni sono ancora qui, anche se sono passati 60 o 70 anni dai loro scatti».
Il progetto Mille facce di una città è stato sostenuto con forza dal Comune di Padova tramite l’assessore alla Cultura Andrea Colasio, è patrocinato dal Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova e realizzato in collaborazione con Aps Holding. Infine questa mostra vuole aprire anche un dibattito sul futuro degli archivi fotografici: la proposta che nasce è quella della creazione di una Casa della Fotografia, ovvero un’istituzione che si prenda cura degli archivi fotografici analogici, preservandoli dallo scorrere inesorabile del tempo in favore delle future generazioni. —
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