Motta: «Vivere o morire, senza compromessi»

PADOVA. “Vivere o morire”. Non ammette alternative, Francesco Motta, con il suo nuovo album, uscito venerdì per Sugar Music e che sarà presentato domani alle 18 alla Feltrinelli di Padova. Secondo lavoro da solista per il cantautore toscano, ma romano d’adozione, che nel 2016 si era aggiudicato la Targa Tenco per la miglior opera prima grazie al disco d’esordio “La fine dei vent’anni”. L’album sarà presentato in un tour, anticipato da quattro concerti che avranno luogo a maggio.
Tra “Vivere o morire”, lei ha deciso di vivere. Ha utilizzato il disco per scegliere da che parte stare?
«No, lo avevo deciso prima, ma non è stato facile. Ho dovuto sperimentare entrambe le opzioni per capire quale fosse quella giusta. Il disco mi ha fatto stare meglio e mi ha reso più sicuro della mia scelta».
È un “aut aut”. Le sfumature dove sono?
«I compromessi esistono, ma non in questo disco: qui ho voluto raccontare la vita senza compromessi. In passato ho fatto delle scelte sbagliate, ma la loro accettazione è stata un modo per crescere».
Quindi, dopo “La fine dei vent’anni”, ora è diventato adulto?
«Direi di sì. O, almeno, ci provo».
Si spieghi meglio.
«Sono più tranquillo, gestisco meglio il mio tempo e scelgo le persone con cui stare. Cerco di incanalare le mie forze in maniera migliore».
La sua vita entra prepotentemente nelle canzoni. C’è più sofferenza o più liberazione in questo?
«Quando scrivo c’è sempre sofferenza, perché scrivere canzoni non mi diverte. Però, a canzone finita, sto molto meglio. Ho messo il mio cuore sul tavolo e ho scritto delle canzoni nuove».
Mettendo il cuore sul tavolo, si è ritrovato a parlare d’amore.
«Le canzoni d’amore sono canzoni politiche. L’importante è prendere posizione anche con quelle».
Scrivere della sua vita può far soffrire chi la circonda. Si è mai censurato nelle sue canzoni?
«È successo. In un pezzo del disco ho deciso di fare un passo indietro. È stato bello».
E nel resto del disco?
«Nel resto del disco c'è solo verità».
A livello strutturale, “Vivere o morire” è un album più “canonico” ed essenziale del precedente.
«Perché c’è quello che ci doveva essere. È più ordinato, ma è anche più incisivo. Ogni traccia è come se fosse l’ultima».
Però è anche un album che conosce una progressione. E, allo stesso tempo, che rivela una sua contraddizione intrinseca: penso a come inizia e a come finisce. Perché?
«È vero, la prima traccia è quasi in contraddizione con l’ultima. “Ed è quasi come essere felice” è piena di strumenti, è molto confusa. In “Mi parli di te”, però, c’è la sintesi a cui sono arrivato alla fine del racconto. Nel mezzo ci sono altre sette canzoni».
Molti pezzi li ha scritti con Pacifico. Com’è andata questa collaborazione?
«Mi ha fatto da psicologo. Sono stato a Parigi, nel suo studio, e gli ho raccontato tutta la mia vita. Lui mi ha tirato fuori le parole con un processo maieutico. Molte cose sono uscite dalla mia penna, ma è come se le avessimo scritte insieme».
E come ha vissuto l’assenza di Riccardo Sinigallia, produttore di “La fine dei vent'anni”?
«È stato difficile ma, allo stesso tempo, molto utile. Stavolta sono stato io a metterci la faccia, insieme a Taketo Gohara (coproduttore): questo mi ha reso più consapevole dei miei mezzi e mi ha fatto crescere artisticamente».
Cosa sta succedendo alla musica italiana e ha ancora senso parlare di “indie”?
«No, non ha alcun senso. Alla musica italiana sta succedendo una cosa bellissima. Stanno uscendo tante belle canzoni e siamo tutti più fortunati, perché c’è molta più attenzione di un tempo».
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